«Con le primarie si rischia di perdere voti», ha detto l’ex ministro della Salute Roberto Speranza. E perplessità sembra averle manifestate anche colui che per molti è il vero «motore immobile» del Pd, Dario Franceschini. Strano destino per un istituto nato all’insegna della partecipazione e della democrazia. Ma strano fino a un certo punto, a ben vedere.
A circa venti anni dalla loro nascita, si può infatti dire che le primarie italiane si siano dimostrate uno dei maggiori bluff che la sinistra abbia messo in piedi. Mutuate dal sistema elettorale americano, ove hanno ben altro senso e una lunga tradizione, esse nacquero all’insegna appunto della retorica partecipativa più spinta. E quindi come uno strumento offerto al «popolo di sinistra», le mitiche masse di un tempo, per scegliere i leader e quindi anche la linea politica.
Retorica, perché, già ai tempi di Romano Prodi e Walter Veltroni, i gruppi dirigenti a tutto pensavano fuorché a rinunciare al loro potere, come sarebbe avvenuto se si fossero stabilite una volta per tutte regole e procedure di svolgimento e soprattutto se la convocazione delle primarie fosse divenuta obbligatoria.
Invece, diventate “ballerine” sia le regole sia le convocazioni, le primarie sono state evitate nei frangenti in cui erano ritenute “pericolose” e sono diventate una sorta di vuota liturgia laica negli altri casi. Un rito che è servito a confermare leader già scelti nei più ristretti «cerchi magici» di partito, o per ostacolare l’ascesa di «irregolari» e homines novi. Una specie di festa in piazza, come quella del primo maggio, o una manifestazione volta a convincersi di essere ancora e sempre dalla “parte giusta”.













