Tra le quattro specie di lepre che abitano l’Italia, la lepre variabile o lepre bianca (Lepus timidus) è la specialista delle alte quote: frequenta l’intera catena alpina, prediligendo le vette tra i 1.600 e i 2.200 metri. Durante l’estate vive soprattutto al di sopra dell’area boscata, godendosi i pascoli cosparsi di massi e cespugli di rododendri, mirtilli e ontani verdi; in inverno, quando il clima si fa più rigido, ridiscende invece nel ventre dei boschi, in cerca di rifugi sicuri e maggiori possibilità di nutrimento.

Non ha zanne o artigli per difendersi dai predatori, ma la lepre variabile è tutt’altro che inerme di fronte alla vita. Si è evoluta usando l’astuzia come arma, sapendo celare la propria presenza grazie a un mantello che cambia colore in base alla stagione: bruno scuro d’estate, ideale per confondersi tra le rocce, e candido durante l’inverno – con la sola eccezione delle punte delle orecchie, che restano nere –, tanto da farla sparire alla vista come un fantasma nella neve.

Si tratta di un trucco che ha funzionato ottimamente per migliaia di anni, tant’è che la specie è ancora classificata come a “a rischio minimo” (LC) nelle Liste rosse elaborate per l’Italia secondo i criteri dell’Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn), ma che oggi lascia la lepre bianca scoperta di fronte a una nuova minaccia come la crisi climatica in corso, innescata per mano umana attraverso le emissioni di gas serra rilasciate bruciando gas, petrolio, carbone.