L'agenda aperta sul tavolo dello studio, l'ultima pagina scritta con il solito pennarellone nero, parole che Fabrizio Plessi era solito appuntare la sera, un mix tra ricordi, pensieri, programmi. Carla Plessi sorride: «Non credo che riuscirò a chiuderla mai». La mattina della vigilia del funerale del pioniere delle videoinstallazioni, morto domenica scorsa all'età di 86 anni, la famiglia - la moglie Carla e i figli Rocco e Maria Sole - è riunita nella casa di San Polo, sommersa di biglietti, messaggi, anche fiori. Bianchi, come li avrebbe scelti lui.
Carla Plessi, si aspettava tutto questo affetto? «Sono immensamente riconoscente a tutti, a cominciare dal Comune di Venezia e dalla Regione del Veneto, per averci dimostrato vicinanza, per tutta la stima nei confronti di Fabrizio. Vorrei ringraziarli tutti, senza dimenticare nessuno». Di solito si dice nemo propheta in patria. «Ma infatti Fabrizio non si è mai sentito profeta in patria. Ad esempio, era molto addolorato di non essere riuscito a fare la mostra a Ca' Pesaro dopo "L'età dell'oro" in piazza San Marco. C'era stato il Covid, poi non si era riusciti a concretizzare il progetto». Avete annunciato il lutto con sei parole: "Mai un giorno senza una linea". «Era il motto di Fabrizio, diceva che ogni giorno doveva esserci una linea, come quelle che lasciava nei suoi taccuini. Non era solo lavoro, era testimonianza». Come sono stati gli ultimi giorni? «Preferisco non parlarne, Fabrizio vorrebbe che rimanesse una cosa molto intima. Posso dire che è stato molto doloroso. E al tempo stesso ora siamo avvolti da una strana pace che forse sta bilanciando il grande dolore degli ultimi anni in cui Fabrizio si sentiva che gli venivano a mancare le forze, l'energia. Un'amica mi ha mandato un video del mio compleanno di due anni fa in cui ballo con Fabrizio. Questo non è stato più possibile. Eppure è come se ci fosse un bilanciamento tra quella che è stata la sofferenza e la pace che ora ci avvolge». Non solo le istituzioni, gli enti culturali, i grandi gruppi economici, anche la gente normale ha partecipato al vostro lutto. Se l'aspettava? «I miei figli mi riferiscono di persone che li ferma in calle per farci le condoglianze, abbiamo ricevuto tantissimi biglietti, sui social hanno messo foto scattate con Fabrizio o magari anche solo una frase. Ricordano la luce che aveva negli occhi, la sua gentilezza. E poi gli studenti: ci hanno mandato una foto del 1968 con lui che accompagnava i ragazzi in gita scolastica. Un abbraccio collettivo che veramente ci commuove». Le parlava del periodo in cui insegnava? «La docenza è stato un elemento fondamentale della sua vita. È stato un grande artista, ma anche un grande comunicatore. Ha insegnato ai licei artistici di Venezia e Padova, docente all'Accademia di Belle Arti, poi a Brera e a Colonia dove nel 1989 è riuscito a fondare - e ne era orgoglioso - la cattedra di Umanizzazione della tecnologie. Umanizzazione delle tecnologie, vi rendete conto? Ne parliamo oggi e lui l'ha fatto quasi quarant'anni fa». Secondo lei aveva rimorsi o rimpianti? «Rimorsi non credo, si è mangiato la vita a grandi bocconi. Forse il rimpianto di non poter vivere più a lungo, questo sì, anche se ad una nostra amica aveva detto che la vita non si può allungare, ma allargare. Non a caso l'ultima sua installazione che sarà presentata il 15 settembre al museo archeologico di Palma di Maiorca è un superamento nell'allargamento dei confini fisici delle sue videoinstallazioni». Perché era importante la luce? «Il concetto della luce per Fabrizio era qualcosa di molto forte. Traduceva la luce in acqua digitale, fuoco digitale, lampi digitali. Diceva che l'immaterialità della spiritualità e l'immaterialità del digitale andavano di pari passo e avevano una grande affinità, ne aveva anche parlato in una conferenza al Vaticano». Oltre alle opere. Plessi ha lasciato anche tanti scritti. C'è la possibilità che alcuni suoi lavori progettati vengano realizzati? «Intanto avremo a metà mese due mostre inedite a Palma di Maiorca e un'altra a Francoforte, ma, sì, è nostra volontà lavorare all'archivio e continuare il lavoro di Fabrizio, almeno quello che tra i tanti progetti lui voleva realizzare». La camera ardente oggi a Ca' Farsetti dalle 11 alle 14, la cerimonia a Santo Stefano alle 15 con la musica di un ensemble della Fenice, l'alzaremi davanti all'Accademia di belle arti. «L'ultimo viaggio di Fabrizio sarà in gondola, nella città che amava. Per noi un momento terribile, ma siamo certi che ci sarà una rinascita. Capiremo come».











