Minacciate in mare dalla guardia costiera libica e vessate in Italia dalle sanzioni del governo, per le organizzazioni umanitarie la misura è colma e intendono passare al contrattacco. A confermarlo al fattoquotidiano.it è Cristina Cecchini, legale di Sea-Watch impegnata nella preparazione del ricorso contro l’ultimo fermo alla nave umanitaria Sea-Watch 5: quarantacinque giorni di fermo amministrativo e 7.500 euro di multa dopo il soccorso, il 13 agosto, di sei persone in acque internazionali e il successivo avvicinamento di un’imbarcazione libica da cui un uomo armato ha puntato un fucile contro l’equipaggio.
Perché la sanzione? Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi contesta il mancato rispettato degli obblighi previsti dal decreto del 2023 che porta il suo nome. In particolare, la mancata comunicazione formale del soccorso al centro di coordinamento libico, competente per quel tratto di mare (zona SAR). Per il ministro, “le attività di soccorso in mare devono essere gestite e coordinate dagli Stati competenti, non dalle ong”. Le stesse “autorità competenti” che continuano a essere protagoniste di episodi sempre più gravi. Il 22 agosto, il veliero Aurora di Sea-Watch è stato minacciato da uomini armati che si identificavano come Guardia costiera libica. Il 26 agosto è toccato alla Louise Michel, con una motovedetta libica — una Bigliani donata dall’Italia nel 2017, secondo le ricostruzioni delle organizzazioni — che ha esploso due colpi d’arma da fuoco e riportato tutte le persone in Libia. Per non parlare di quanto accaduto a maggio, quando una motovedetta libica ha aperto il fuoco contro la stessa Sea-Watch 5 dopo il soccorso di 90 persone, esplodendo una raffica di proiettili, minacciando di abbordare la nave e di costringerla a dirigersi verso la Libia.












