Cuba ha superato i duecento giorni di blocco energetico imposto dall’amministrazione Trump, attraverso l’Executive order 14380 del 29 gennaio, con la sola eccezione di 730mila barili di petrolio giunti dalla Federazione Russa a bordo della nave Anatoly Kolodin. Quell’ultimo carico di greggio è durato circa trenta giorni, poiché – secondo Vicente O’ Leavy, ministro dell’Energia e delle Miniere – servirebbero “otto navi al mese” per far ripartire “l’economia e la generazione elettrica dell’Isola”. I blackout ormai raggiungono anche 22 ore consecutive al giorno. Ancor peggio nelle province rurali come Santiago de Cuba e Camagüey, dove la sospensione del servizio elettrico può raggiungere fino 30 o 40 ore consecutive. In molti rimangono senz’acqua. “Numerose pompe idriche smettono di funzionare quando ci sono i blackout – spiega Antonio Rodríguez, presidente dell’Istituto nazionale delle risorse idriche di Cuba -. Questo impedisce di mantenere la pressione necessaria per distribuire l’acqua attraverso una rete che, inoltre, presenta molteplici perdite”.
Mercoledì il deficit di produzione energetica ha superato 2mila megawatt: al buio il 64% del territorio insulare, inclusi ospedali. “L’impatto più profondo (dell’assedio, ndr) non si misura in megawatt, ma in vite umane”, scrive il ricercatore Raúl Capote sul bollettino del Partito comunista cubano Granma, denunciando che il blocco mette a rischio la salute di 32.800 donne incinta e le unità di terapia intensiva “sono al limite”. Il blocco viene percepito come un “soffocamento eseguito a distanza” dagli Stati Uniti e si teme il “giro di vite definitivo” contro L’Avana.







