Nel canto XI del Paradiso, il domenicano san Tommaso d’Aquino loda la vita e la povertà di san Francesco d’Assisi. Nel canto XII, il francescano san Bonaventura da Bagnoregio loda la fede e il rigore di san Domenico. Ognuno canta l’altro.Con questa costruzione narrativa, Dante non si limita a fare poesia, ma fa tre cose in una. Fa teologia perché li mostra come due volti della stessa Provvidenza; fa cultura, perché rivela che l’intelligenza e la carità si tengono insieme; fa politica, perché la povertà è uno stile di vita che apre alla fraternità. Non è un’armonizzazione forzata, una di quelle che confondono le cose sfumandone le differenze, ma una scommessa di pace, di convivenza, di sapienza.Così, quando ci capita di fermare lo sguardo su qualche opera d’arte dedicata all’incontro tra Francesco e Domenico (come la predella del Beato Angelico oggi a Berlino o all’ingresso di questa basilica sollevando in alto la testa appena all’ingresso) non dovremmo pensare a una memoria che cancella la verità della storia, ma alla possibilità che le divergenze della storia non si trasformino in guerra o in posizionamenti dettati dall’aut-aut. Esiste una comunione che non coincide necessariamente con la somiglianza. Questa comunione può esistere dentro la grande poesia e la visione mistico-politica di Dante. Ciò vuol dire che anche oggi abbiamo bisogno di uno sguardo intelligente e di una parola profonda, se vogliamo generare una cultura di pace dentro le nostre differenze.Il contestoIl Duecento segna per la chiesa un momento di grande rivendicazione di autorità, di cui Innocenzo III (1161-1216) prima e Bonifacio VIII (1230-1303), più di un secolo dopo, rappresentano la vetta e il punto di caduta, anche se proprio per questo emerge un atteggiamento molto duro e aggressivo nei riguardi delle cosiddette “eresie”. Per le città, questo è il momento di una nuova libertà civile e di una nuova consapevolezza politica, soprattutto per quella parte di popolo che ha studiato e che vive in condizioni economiche buone, “borghesi”. In questo crocevia di tensioni, nascono i due ordini: francescano e domenicano. Hanno in comune una scelta di povertà, anche se la vivono in modi differenti, come documenta Raoul Manselli, e hanno in comune un desiderio profondo di riformare la Chiesa dall’interno.Ingredienti necessariNel fermento culturale di quel momento, francescani e domenicani hanno capito che devono abitare una storia piena di tensioni, e che devono farlo incarnando un cristianesimo capace di stare dentro il mondo.Secondo i domenicani, la missione si realizza con una parola intelligente dentro lo spazio pubblico, nei luoghi della cultura, dell’università e della vita condivisa. I domenicani registrano il rischio di un doppio immiserimento: che la cultura si chiuda a tutto ciò che è il sapere teologico, spirituale, mistico; e che la fede diventi (per dirlo con un termine attuale) e-sculturata, cioè priva di qualunque mediazione che la renda ricevibile per le persone che la cercano.Secondo i francescani, questa stessa verità evangelica deve radicarsi nella storia non attraverso la riflessione, lo studio, lo scambio critico, ma attraverso la radicale povertà e generosità del proprio stile di vita. Il modo in cui viviamo è l’argomento più efficace per dire una verità. Nessun trattato potrebbe dirlo altrettanto chiaramente.Tuttavia, in Dante questi due ordini così diversi e così segnati dalla polemica, risultano convergenti verso uno stesso fine, che nel loro caso è mantenere la rotta della barca di Pietro, cioè della Chiesa, anche in mare aperto. E Dante dice questo in un momento storico nel quale, per un secolo, i due ordini si erano combattuti in tutti i modi possibili.La con-cordiaIl nome di questa convergenza è «concordia». Concordia non è l’unità a buon mercato né è fusione identitaria. Con-cordia: dice che i cuori si sincronizzano ma restano due.L’immagine che ce ne dà Dante è quella di due corone di spiriti sapienti, che – come due arcobaleni paralleli – danzano l’una accanto all’altra. Quella di Tommaso gira come una ruota di mulino, fermandosi quando la seconda le si chiude intorno: fianco a fianco, canto a canto.Ma la concordia, in Dante, non si ferma qui. Non basta che Tommaso riconosca Francesco, e che Bonaventura riconosca Domenico. C’è un passo ulteriore, il più sorprendente: dentro ciascuna corona, accanto al maestro, siede qualcuno che quell’ordine aveva avversato. Nella corona di Tommaso siede Sigieri di Brabante, il filosofo radicale condannato a Parigi; e nella corona di Bonaventura siede Gioacchino da Fiore, il profeta le cui idee avevano acceso l’ala più radicale dei francescani, proprio quella che Bonaventura, da ministro generale, aveva combattuto. Ogni ordine, dunque, non deve solo riconoscere l’altro, ma deve riconoscere anche il proprio dissenso interno, la voce esclusa in casa propria. È qui che la concordia tocca il suo vertice. Non è armonia tra chi è già simile. È la capacità di accogliere, dentro il proprio ordine, l’alterità ma anche e soprattutto ciò che si era condannato come minaccia (e a volte è più difficile fare spazio a un’alterità che si somiglia).Luce comuneSi potrebbe obiettare che è solo armonia posticcia, effetto della forma poetica: nella storia reale francescani e domenicani si sono scontrati molto per dispute dottrinali ed etiche. Ma Dante non racconta come è andata. Racconta come potrebbe andare. È un mistico: vede, - profeta della narrazione – un mondo possibile. Osa immaginarlo e descriverlo prima che la storia lo verifichi. In questo senso, ci sta provocando ancora oggi.C’è un verso dantesco che forse riassume tutto questo discorso: prima ancora di cominciare l’elogio di Domenico, Bonaventura dichiara che è giusto che il loro impegno per lo stesso fine li faccia splendere insieme: «così la gloria loro insieme luca». Un’unica luce, che ha bisogno di due sorgenti così diverse.Le nostre comunità non solo geografiche, ma culturali ed esistenziali, portano oggi differenze reali – di sensibilità, di stile, di priorità – non meno reali di quelle tra domenicani e francescani. La domanda che Dante lascia vale anche per noi. Sappiamo ancora riconoscere non solo che l’altro è diverso da noi, ma che dentro la nostra stessa casa c’è una voce che abbiamo escluso, e che forse dovremmo accogliere?Possiamo farlo solo se condividiamo davvero uno stesso fine. E quel fine, oggi, non riguarda più solo il destino della chiesa. Riguarda una visione del mondo: un mondo in cui nessuna vita venga sacrificata nel nome dell’interesse di chi è potente.
Francesco e Domenico: nel “Paradiso” di Dante luce che riconcilia
La concordia tra i due santi e i loro ordini, prefigurata in versi, parla alle comunità di oggi e invita ad accogliere l’altro









