Quando Dante, in una data anteriore al 1296, indirizza a Forese Donati un sonetto in cui lo accusa di trascurare la moglie poiché sessualmente inabile, non si limita a rivolgere al corrispondente un insulto triviale: con ulteriore malignità, sembra lasciare intendere che se il matrimonio non viene consumato Forese rischia di perdere la dote, vanificando così le disinvolte politiche coniugali della sua famiglia. Segue la replica del Donati, che dà avvio a una tenzone piuttosto famosa. Dante compone altri due testi, e altrettanti ne scrive l’interlocutore per ribattere. Le immagini impiegate nel corso dello scambio, a causa del loro carattere allusivo, riescono spesso oscure: chi sono, ad esempio, «i figli di Stagno», menzionati da Dante nel secondo dei suoi sonetti?

Un progresso decisivo nella comprensione di questo singolare episodio della storia letteraria si deve oggi al saggio Dante injurieux Poésie comique et politique à Florence au XIIIe siècle (École Française de Rome «Lectures méditerranéennes», pp. 217, € 18,00), pubblicato dallo storico Giuliano Milani, già autore di originali e rilevanti contributi danteschi. La lettura della tenzone tra Dante e Forese in rapporto al suo immediato contesto politico – l’acuirsi del conflitto tra Popolo e magnati dopo l’approvazione degli Ordinamenti di giustizia, vòlti a reprimere la prepotenza aristocratica (1293) – permette di cogliere implicazioni rimaste finora in ombra, e di risolvere, in modo convincente, numerose difficoltà interpretative.