Se la politica fosse una scienza esatta, per conoscere in anticipo il vincitore delle elezioni basterebbe consultare i sondaggi – gli ultimi consentiti a ridosso delle urne – e trarne gli auspici. E i risultati.
Fortunatamente le cose non funzionano così. L’alchimia creata negli elettori – al netto delle adesioni ideologico-sentimentali di una fetta inscalfibile di elettorato che vota a prescindere da tutto – è imprevedibile. Deriva dalla combinazione dei simboli di partito che compongono la coalizione. La somma delle percentuali attribuite dai sondaggi a ciascun partito non produce necessariamente il totale dei consensi raccolti dalla coalizione alla quale quegli stessi partiti appartengono.
Si vota il partito anche in quanto partecipa ad un’alleanza definita anziché all’alleanza opposta. Altrimenti magari si sceglie altrove, talvolta nel campo opposto.
Questa verità alquanto sottovalutata risulterà dirimente se la riforma elettorale spinta dalla destra sarà licenziata dal Senato. La discussione partirà a settembre in tempo, in caso di approvazione del testo, per l’eventuale tornata elettorale anticipata rispetto alla scadenza naturale della legislatura, a settembre 2027.
La destra al governo (FdI, FI, Lega) deve risolvere un dilemma cruciale. Accogliere o no il partito di Vannacci. Col suo 7% stimato nei sondaggi (che qualcosa dicono, si capisce) Futuro Nazionale risulterebbe decisivo per sfondare la fatidica quota del 42%, conquistando il corposo premio di maggioranza.









