Era finito in carcere nel 2011, dopo 16 anni di latitanza. Scontava la condanna all’ergastolo che il tribunale delle Nazioni Unite per i crimini di guerra commessi durante le guerre in Jugoslavia negli anni ’90 gli aveva inflitto nel 2017. Ratko Mladic, conosciuto anche come “il macellaio di Bosnia” e “il boia di Srebrenica“, morto in un penitenziario dell’Aia a 84 anni, è stato una delle figure più note del conflitto che causò la morte di oltre 100mila persone e più di un milione di sfollati.
Quando nel 1992 iniziò la guerra etnica in Bosnia, Mladic divenne comandante delle forze serbo-bosniache e prese il controllo di vaste porzioni del Paese, con l’obiettivo di creare un mini-Stato serbo. I suoi uomini assediarono la capitale Sarajevo, altre città e villaggi, mantennero la capitale isolata mentre uccidevano i civili con i cecchini, istituirono campi di concentramento per i cittadini non serbi detenuti e per i soldati nemici e uccisero sistematicamente i prigionieri. Nel 1995 le truppe di Mladic massacrarono più di 8mila uomini e giovani musulmani a Srebrenica, l’unico caso di genocidio avvenuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Tuttavia il generale e i suoi sostenitori tra i serbi non si sono mai pentiti. Per molti è ancora un patriota che combatteva per la creazione del primo Stato pan-serbo.











