SARAJEVO. Ratko Mladic, il generale serbo-bosniaco di fede ortodossa le cui forze paramilitari si resero protagoniste del genocidio di Srebrenica l’11 luglio 1995, il peggior massacro in Europa dalla Seconda guerra mondiale in cui vennero massacrati e uccisi almeno 8mila bosniaci musulmani, è morto all'età di 84 anni. Scontava una condanna all'ergastolo per genocidio e crimini di guerra: Mladic è deceduto in un ospedale penitenziario delle Nazioni Unite all'Aia, nei Paesi Bassi. Un familiare di Mladic, che ha parlato a condizione di anonimato, ha confermato la notizia all'Associated Press e ha riferito che il figlio Darko Mladic era in viaggio verso L'Aia. Con Milošević e Karadžić era ritenuto il terzo artefice della pulizia etnica durante la guerra di Bosnia. Era in carcere dal 2011, dopo 15 anni di latitanza. Nel 2017 era stato condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, sentenza confermata in appello nel 2021. Ratko Mladic, ex comandante dell'esercito della Repubblica Srpska, entità a maggioranza serba della Bosnia, è morto oggi, a 84 anni, nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aia, dove si trovava per essere stato riconosciuto colpevole di 10 degli 11 capi di accusa contestatigli, e quindi per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. A suo carico: il massacro di Srebrenica, dove oltre 8mila tra uomini e ragazzi musulmani bosniaci furono trucidati, e anche l’assedio di Sarajevo, dove condusse una vera e propria campagna di terrore, nonché la presa in ostaggio di personale delle Nazioni Unite e poi ancora persecuzioni e omicidi a carico della popolazione civile. L'ex ufficiale, soprannominato dalla stampa internazionale 'Il macellaio della Bosnia', 'Il boia di Srebrenica e 'Il carnefice di Srebrenica', è stato una delle figure più note del conflitto, che causò la morte di oltre 100mila persone e più di un milione di sfollati. Eppure Mladic, attualmente, resta un eroe tra i nazionalisti della Repubblica serba di Bosnia Erzegovina. Murales dopo murales, il suo volto con la scritta “eroe” campeggia su muri e panchine, mettendo sale sulle ferite di un paese che ancora fatica a trovare armonia a trent’anni dagli accordi di Dayton.