di
Fabio Savelli
La Bce avverte: l'aumento della spesa per la Difesa può sostenere crescita e industria solo se alimenta filiere europee. Se gli acquisti vanno all'estero, restano più debito pubblico e meno margini per welfare, sanità e lavoro
C’è una relazione che in Europa sta facendo discutere. L’ha redatta Philip Lane, autorevole membro del board della Banca centrale europea. E’ datata 17 agosto 2026 (e potete scaricarla qui). A suo modo è interessante perché non guarda la spesa militare solo come una questione di sicurezza, ma come un vero choc fiscale destinato a modificare crescita, inflazione, debito pubblico e mercati finanziari dell'Eurozona. Se la applichiamo all'Italia, emergono almeno cinque implicazioni rilevanti.
L'Italia parte da una posizione fiscale più fragileNelle tavole della Bce l'Italia compare nel gruppo dei Paesi ad alto debito, con un rapporto debito/Pil superiore al 130% e un peggioramento della spesa per la Difesa tra il 2022 e il 2026 inferiore a quello dei Paesi baltici, ma comunque significativo. Lane evidenzia che l'aumento delle spese militari è molto più delicato per i Paesi con elevato debito pubblico, dunque proprio per l’Italia, perché ogni punto aggiuntivo di deficit tende a riflettersi più rapidamente sui costi di finanziamento. Lane mostra che l'aumento della spesa militare coincide con una fase in cui l'Europa deve contemporaneamente finanziare la transizione energetica, la digitalizzazione, le infrastrutture, l’invecchiamento della popolazione e appunto la Difesa. Per l'Italia il rischio non è tanto il deficit nell'immediato quanto il cosiddetto «crowding out» (spiazzamento) fiscale: più risorse destinate alla Difesa possono ridurre lo spazio per investimenti civili o per misure sociali. La domanda politica diventa: un euro in più per i carri armati significa un euro in meno per sanità, scuola o taglio delle tasse? È un tema molto sensibile in un Paese che spende circa il 16% del Pil in pensioni e deve affrontare un rapido invecchiamento della popolazione.









