Per parlare di violenza contro le donne bisogna fare i conti in tasca alle donne. È un assunto che le politiche di contrasto alla violenza hanno sottovalutato per troppo tempo. In Italia lavora poco più di una donna su due: i dati Eurostat confermano che siamo ultimi nell’Ue per occupazione femminile e nel gruppo di coda dell’Ocse. La dipendenza economica femminile è una condizione strutturale che, in contesti domestici di sopraffazione, diventa la leva di ogni forma di controllo. Eppure la violenza economica resta tra le forme di abuso meno riconosciute. Tant’è che quasi tredici anni dopo la ratifica italiana della Convenzione di Istanbul, che all’articolo 3 la indica tra le forme di violenza contro le donne, in Italia manca ancora un riconoscimento penale esplicito. Per questo già da alcuni mesi la Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio ha approvato all’unanimità la Relazione sulla violenza economica di genere, che propone di introdurre all’articolo 572 del codice penale (“Maltrattamenti contro familiari o conviventi”) il concetto di “violenza economica” quale modalità di integrazione del reato e la fattispecie autonoma di “controllo coercitivo”, volta a punire la condotta di «monitoraggio ossessivo del partner anche in relazione a spese familiari di minimo importo».«La violenza economica – specifica in premessa la Relazione del 15 aprile – consiste nel controllo delle risorse economiche come strumento per esercitare potere e soggezione nei confronti della donna», e «costituisce una delle manifestazioni più pervasive della violenza di genere, poiché incide direttamente sulla libertà di scelta, sulla possibilità di interrompere relazioni abusive e sulla concreta autodeterminazione».Secondo l’ultima indagine Istat sulla sicurezza delle donne, nel 2025 la violenza economica da partner o ex partner riguarda il 6,6 per cento delle italiane: 146 mila la stavano subendo al momento dell’intervista, 1 milione e 294 mila l’avevano subita in passato. «Solo nel 10 per cento dei casi è l’unica forma subita», spiega la statistica Linda Laura Sabbadini, che ha contribuito alla relazione. «Nella maggior parte dei casi si intreccia ad abusi psicologici, fisici o sessuali; e ne sono vittime anche lavoratrici e imprenditrici».Il tema, infatti, è culturale. Sebbene la Cassazione la riconosca come forma di maltrattamento dal 2015, l’orientamento resta poco recepito dai giudici di merito. Inoltre, il problema è a monte: «Le donne non riconoscono la violenza economica quando la subiscono. Siamo educate a pensare sia normale, in una relazione, lasciare o ridurre il lavoro per la famiglia, non avere un conto corrente intestato, delegare mutui e investimenti al partner». A dirlo è Martina Semenzato, presidente della Commissione e relatrice della proposta con Elena Leonardi e Cecilia D’Elia, e già presidente della sezione Vetro di Confindustria Venezia-Rovigo: «Ci sono donne che passano la vita a lavorare nell’azienda di famiglia senza stipendio né contributi, ritrovandosi in povertà pensionabile. Altre firmano in totale fiducia documenti di società cui fanno da prestanome e che poi falliscono lasciandole sommerse di debiti».C’è poi il nodo della fuoriuscita: «Molte – chiarisce Semenzato – non sanno di avere a disposizione strumenti quali il reddito di libertà, il microcredito di libertà, la sospensione del mutuo, le agevolazioni fiscali per le aziende che assumono donne vittime di violenza». La Commissione chiede per questo anche formazione del personale bancario, consulenze per rinegoziare debiti contratti sotto coercizione, l’obbligo di accreditare la retribuzione su un conto intestato solo alla lavoratrice e un fondo di emergenza per la fuoriuscita.Fuori dall’Italia alcuni modelli esistono. In Inghilterra e Galles il Domestic abuse act del 2021 ha incluso l’abuso economico nella definizione legale di violenza domestica. UK Finance nel 2025 ha aggiornato il Financial abuse code che impegna gli operatori associati a riconoscere e supportare le vittime di abuso economico; e il Canada ha annunciato un codice volontario analogo da sviluppare con il sistema bancario. In controtendenza gli Usa, dove il percorso federale sul coerced debt si è arenato con il ridimensionamento del Consumer financial protection bureau voluto dall’amministrazione Trump.Se l’indipendenza economica è il “biglietto per la libertà”, il controllo economico continua però dopo la separazione: mancati mantenimenti, contenziosi infiniti, uso strumentale del tribunale. Senza una giurisdizione che sappia leggere la violenza economica, le norme bancarie e penali si fermano alla soglia del tribunale. Per questo la Commissione propone di estendere il patrocinio gratuito alle vittime di violazione degli obblighi di assistenza familiare, a prescindere dal reddito. Resta il nodo strutturale. «Senza autonomia economica non c’è piena cittadinanza», dice Sabbadini. «Non basta proteggere la vittima, bisogna intervenire alla radice con occupazione femminile di qualità, condivisione delle responsabilità familiari, politiche pubbliche di reale autonomia. Su questo l’Italia è alla preistoria: non si è mai data una strategia al di là di misure frammentate e diluite nel tempo».Il riconoscimento penale serve, ed è urgente. Ma, quando arriverà, senza lavoro e alfabetizzazione finanziaria rischia di diventare una norma giusta dentro un Paese che continua a chiedere alle donne di essere libere, senza metterle nelle condizioni per esserlo.