Non c'è solo la violenza fisica nei confronti delle donne. C'è anche quella economica. E poi quella digitale, cui l'intelligenza artificiale ha dato un supporto dirompente. A trattare tutti questi temi è la "Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere", presieduta dalla deputata veneziana Martina Semenzato. Che per la prima volta risponde al negazionismo del leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci.

Un anno fa, 23 luglio 2025, il Senato approva all'unanimità la legge che introduce nel codice penale il reato specifico di femminicidio, punito con l'ergastolo. Ora il generale Vannacci dice che il femminicidio non esiste. Cosa ha provato sentendo queste parole? «Vannacci è un incursore, lo è stato anche in questa affermazione che cerca consenso usando un argomento politicamente rilevante. Io rispondo con i dati: sono ormai tre anni che in Italia i femminicidi diminuiscono e i dati indicano che quanto fatto finora ha portato ad un risultato positivo. Il nostro codice penale ha tantissimi reati specifici, basti pensare al reato stradale o all'infanticidio e questo perché il diritto si attualizza. Il fenomeno del femminicidio ha una rilevanza sociale molto più forte, non si capisce per quale motivo non bisognava lavorare sulla specificità. Qui il tema non è uomini o donne, ma la specificità del movente di genere. Per odio, persecuzione, discriminazione, limitazione. Pensiamo all'overkilling: il fatto che una donna venga uccisa con un numero sproporzionato di pugnalate è una cosa tipicamente maschile sulla donna. Quindi per quale motivo il femminicidio non dovrebbe essere normato con una specificità? Chiedo invece a Vannacci: metterà nel suo programma una legge abrogativa del femminicidio? Io ribadisco la mia visione della lotta alla violenza di genere: non le donne come vittime, ma come protagoniste di una cittadinanza attiva. Ecco perché al primo posto c'è la prevenzione». La sua Commissione ha appena approvato la relazione sulla violenza economica di genere, una violenza che lei ha definito subdola. Perché? «È una violenza che non era mai stata indagata, pur citata nell'articolo 3 della Convenzione di Istanbul. Subdola perché spesso viene sottovalutata, ma è uno strumento di coercizione potente e pervasivo che mina l'indipendenza e le possibilità di fuga della vittima. È la prima forma di violenza, non la riconosci perché rientra nella quotidianità. "Non serve che vai a lavorare, stai a casa, occupati della famiglia, non serve che ti interessi del mutuo". E poi quando la violenza da economica diventa fisica ti ritrovi isolata, senza risorse per uscire da casa». La sua intenzione è far diventare la violenza economica un reato? «Abbiamo presentato una proposta di legge per aggiornare l'articolo 572 del codice penale sui maltrattamenti in famiglia inserendo la violenza economica e il controllo coercitivo. "Ti do i soldi per fare la spesa e mi devi dare il resto", "non ti do il denaro per il tuo benessere personale", oppure "lavori nell'azienda familiare e non ti contrattualizzo". Per il 70%, le donne che si presentano ai Centri antiviolenza non sono economicamente indipendenti e arrivano con indici di indebitamento inconsapevoli altissimi». "Più occupazione femminile uguale meno violenza economica". Qual è la situazione? «Ci sono segnali incoraggianti, dal 2022 al 2025 in Italia il tasso di occupazione femminile è passato dal 50,1% al 53%, in Veneto siamo al 61%. Un risultato costruito con la cultura del lavoro, il sistema produttivo, la formazione». Vi siete occupati di violenza digitale, ma finché gli "anonimi" possono impunemente scrivere, commentare e pubblicare foto non se ne viene fuori. «Infatti, stiamo puntando sull'identificazione digitale. Ma anche sulla responsabilità delle piattaforme. E poi bisogna avere il coraggio di denunciare, perché la violenza online spesso evolve in stalking e poi in revenge porn. Denunciare è un verbo bellissimo, vuol dire "mettere in luce", cioè parlare in famiglia, a scuola, con gli amici». Avete fatto una legge contro il bodyshaming, lei ci ha messo anche la faccia nei manifesti. Com'è andata? «C'è stata tantissima partecipazione perché l'accusa sul corpo è la prima forma di violenza. Un tema che ho voluto legare anche ai disturbi alimentari, cui è seguito uno stanziamento di 10 milioni di euro. Da settembre, su richiesta delle scuole e dei Comuni, sarò in giro per l'Italia. La politica del fare c'è».