Prima di diventare una borsa Louis Vuitton, il pois di Yayoi Kusama era già un vestito. Prima di diventare una vetrina era un corpo. E molto prima che qualcuno inventasse capsule collection, contaminazioni, experience, co-branding e tutto il lessico con cui il lusso ama rendere teorico ciò che vuole vendere, lei aveva già capito una cosa fondamentale: se vuoi diventare indimenticabile, ripetiti.
Yayoi Kusama, morta a 97 anni, lo ha fatto per tutta la vita. Un punto, poi un altro, poi altri diecimila. Zucche, reti, specchi. Fino a trasformare un’ossessione personale in uno dei marchi visivi più riconoscibili del pianeta. Senza nemmeno bisogno di registrare un logo. Per questo raccontare oggi il suo rapporto con la moda partendo da Louis Vuitton sarebbe quasi ingeneroso. Nella New York degli anni Sessanta Kusama produceva già vestiti, aveva una propria attività di moda e immaginava abiti con buchi sui seni, sul sedere, sui genitali, capi per più corpi contemporaneamente, tessuti psichedelici. Nel 1969 organizzò sulla Fifth Avenue una sfilata che finiva con i modelli nudi. La chiamò Natural Look. Altro che quiet luxury. Kusama aveva capito che il vestito può essere molto più interessante quando smette di fare educatamente il proprio mestiere. Coprire? Anche no. Proteggere? Forse. Disturbare? Molto meglio. E soprattutto aveva capito che bisogna vestirsi come la propria ossessione.










