Le immagini della catastrofe arrivano dal tetto del mondo: una muraglia di acqua, ghiaccio, fango e rocce che scende dall'Himalaya, travolge villaggi, strade, ponti, centrali elettriche. Il bilancio è già spaventoso. La causa più probabile è il distacco di un'enorme massa di ghiaccio e roccia che si è riversata nel fiume Lhende, scatenando l'alluvione.
Dentro la tragedia c'è un altro aspetto che merita di essere spiegato. Perché le prime informazioni dalla Cina sono arrivate con prudenza e ritardo? Perché anche quando la natura colpisce, in Tibet nulla è soltanto naturale.
Una precisazione è necessaria. Sarebbe arbitrario attribuire ogni ritardo dell'informazione alla censura. A Gyirong la catastrofe ha interrotto strade, elettricità e telecomunicazioni; perfino i soccorritori hanno avuto difficoltà a stabilire contatti con la zona devastata. La frana ha colpito verso le 10.30 del mattino. Nel pomeriggio l'agenzia ufficiale Xinhua ha diffuso l'ordine di Xi Jinping di mobilitare tutte le risorse necessarie; il vicepresidente Zhang Guoqing è stato inviato sul posto e sono partite squadre di soccorso.Dunque non siamo di fronte a una replica dei grandi insabbiamenti maoisti, quando intere catastrofi potevano scomparire dalla storia ufficiale. Ricordo l'alluvione dello Henan del 1975: sessantadue dighe crollarono una dopo l'altra e morirono circa 250.000 persone; la dimensione della tragedia fu tenuta nascosta per quasi vent'anni.La Cina di oggi è un altro paese. Ma resta un riflesso antico: quando accade qualcosa in un'area politicamente sensibile, prima di informare bisogna capire quale racconto sia compatibile con gli interessi del Partito. E il Tibet è forse il territorio più sensibile di tutti.La storia moderna di questo rapporto comincia nel 1950. La Repubblica popolare era nata appena un anno prima quando Mao Zedong inviò l'Esercito popolare di liberazione sull'altopiano. Fu la prima invasione militare lanciata dalla neonata Cina comunista. Nel 1965 il Tibet sarebbe stato definitivamente incorporato nell'ordinamento della Repubblica popolare come «regione autonoma», lo Xizang secondo la denominazione cinese. Le ragioni strategiche non sono mai cambiate: il Tibet è un immenso cuscinetto protettivo contro l’India, il gigante rivale; è anche il più prezioso «serbatoio d’acqua» terrestre del pianeta, da lì nascono i maggiori fiumi che irrigano l’Asia, alcuni scorrono verso la Cina, altri verso l’India e la penisola indocinese. Controllare il Tibet dà un vantaggio militare e un potere di ricatto verso tutti i vicini. Era vero ai tempi di Mao, lo è ancora di più oggi.La versione di Pechino è radicalmente diversa. Il Tibet sarebbe stato liberato da un regime teocratico e feudale, caratterizzato da povertà, servitù e arretratezza. Questa narrazione contiene una parte di verità: il vecchio Tibet non era Shangri-La, il paradiso romantico costruito da una certa immaginazione occidentale. Anche il Dalai Lama ha riconosciuto i benefici che la modernizzazione cinese poteva portare a una società poverissima: infrastrutture, tecnologie, collegamenti con il resto del mondo. Nei miei viaggi sull'altopiano vidi personalmente questa contraddizione. La ferrovia Qinghai-Tibet era un capolavoro ingegneristico e insieme uno strumento formidabile d'integrazione economica, demografica e politica.È questo il nodo della questione tibetana. Modernizzazione e assimilazione procedono insieme. Dopo l'invasione del 1950, la convivenza si deteriorò fino all'insurrezione del 1959. Il Dalai Lama fuggì in India, dove si stabilì a Dharamsala con la comunità degli esuli. Durante la Rivoluzione culturale (1965-75) il Tibet subì una devastazione particolarmente feroce. Dei circa seimila templi e monasteri esistenti prima del 1959, alla fine della Rivoluzione culturale non ne era rimasto intatto praticamente nessuno. Libri, statue, dipinti, testimonianze di una civiltà millenaria furono distrutti.Deng Xiaoping cambiò metodo. Allentò la repressione religiosa, riaprì monasteri, cercò perfino un dialogo con la famiglia del Dalai Lama. Ma quando una visita del fratello del leader spirituale scatenò manifestazioni al grido di «Tibet indipendente» e «Han go home», il Partito scoprì che decenni di dominio cinese non avevano cancellato il nazionalismo tibetano. Il dialogo s'interruppe.La lezione non fu dimenticata. Negli anni Ottanta tornarono le rivolte. Nel 1989 a stroncarle fu un giovane segretario del Partito comunista inviato a governare il Tibet: Hu Jintao. Dichiarò la legge marziale. Pochi mesi dopo Deng avrebbe usato l'esercito contro gli studenti di Piazza Tienanmen. Il Tibet era stato ancora una volta un laboratorio. Quando abitavo a Pechino come corrispondente, dal 2004 al 2009, il controllo era palpabile. Per andare in Tibet un giornalista straniero doveva partecipare a viaggi organizzati e sorvegliati da funzionari. Perfino cercare il Dalai Lama su Internet era un'esperienza istruttiva: Wikipedia poteva sparire dietro la Grande Muraglia digitale oppure veniva liquidato come un terrorista; al suo posto comparivano i siti ufficiali che celebravano lo sviluppo economico della regione.A Lhasa vidi qualcosa di ancora più eloquente. Nel Potala, l'antico palazzo dei Dalai Lama, il protagonista della storia tibetana contemporanea era diventato l'innominabile. Eppure dietro il suo trono vuoto sopravviveva una piccola fotografia di Dharamsala. I turisti cinesi passavano oltre senza capirne il significato. I pellegrini tibetani si inchinavano. Un giovane monaco del Jokhang mi disse che sperava nel ritorno del Dalai Lama, pur sapendo quali rischi correva pronunciando quelle parole davanti a un giornalista straniero.Poi arrivò il 2008. Era l'anno delle Olimpiadi di Pechino, la grande consacrazione internazionale della Cina. In marzo esplose la rivolta di Lhasa, che si estese ad altre aree tibetane. Ci furono manifestazioni pacifiche e violenze, anche contro civili Han. La risposta delle autorità fu una repressione massiccia accompagnata da un blackout informativo. Io cercai di entrare nelle zone tibetane, fui fermato dalla polizia, poi espulso e ricacciato a Pechino con l’equivalente di un «foglio di via». Nel 2008 in Tibet, come l'anno successivo nello Xinjiang durante le rivolte degli uiguri, sperimentai direttamente i limiti entro i quali poteva muoversi un corrispondente straniero. Erano peraltro limiti meno rigidi di quelli esistenti oggi sotto Xi Jinping. Human Rights Watch documentò allora l'espulsione dei giornalisti da Lhasa, il blocco dell'accesso alle aree tibetane, l'oscuramento dei servizi di Cnn e Bbc, di YouTube e di alcuni motori di ricerca. Solo in seguito Pechino organizzò visite guidate per gruppi selezionati di reporter.Quell'episodio ebbe un effetto duraturo. Le contestazioni occidentali contro la repressione tibetana accompagnarono il viaggio internazionale della fiaccola olimpica. In Cina provocarono una reazione nazionalista poderosa: molti cinesi interpretarono quelle proteste non come una difesa dei tibetani ma come l'ennesimo tentativo dell'Occidente di umiliare la loro nazione e impedirle di tornare grande. Il 2008 fu uno dei momenti in cui autorità e opinione pubblica si saldarono attorno alla convinzione che «l'Occidente ce l'ha con noi».Da allora il Tibet è diventato ancora più sensibile. Per Pechino non è una questione regionale. Tocca l'integrità territoriale della Cina, il separatismo, le minoranze etniche, la religione, il ruolo del Dalai Lama e, ormai, anche la competizione con l'Occidente. Qualunque notizia negativa proveniente da lì può potenzialmente aprire una crepa nel racconto ufficiale. Perfino una frana.C'è un precedente che vissi pochi mesi dopo la rivolta tibetana: il terremoto del Sichuan del 12 maggio 2008. Fu una tragedia immensa, quasi 90.000 morti e dispersi. Ma fu anche un momento sorprendente nella storia dell'informazione cinese. All'inizio il regime si aprì. Lasciò lavorare i giornalisti stranieri con una libertà inconsueta. Migliaia di giovani volontari arrivarono spontaneamente da tutta la Cina. Ricordo quella mobilitazione come un momento in cui la società civile supplì alle gravi carenze della protezione civile. Sembrò per qualche giorno una Cina diversa.Poi emerse una domanda pericolosa: perché erano crollate tante scuole? Migliaia di bambini erano morti sotto edifici che i genitori accusavano di essere stati costruiti male, con materiali scadenti e complicità corrotte tra amministratori e costruttori. La stampa cominciò a indagare. I genitori chiesero nomi, responsabilità, processi. A quel punto l'apertura finì. Le autorità ostacolarono le inchieste sulle cosiddette «scuole di tofu», perseguitarono attivisti che cercavano di compilare gli elenchi dei bambini morti, impedirono cause giudiziarie e tornarono a mettere sotto pressione i giornalisti. Human Rights Watch documentò quella brusca inversione: nelle prime settimane Pechino aveva ottenuto meritati elogi internazionali per la trasparenza; quando la tragedia naturale cominciò a trasformarsi in un'indagine sulle responsabilità politiche, riapparve la censura.È una distinzione essenziale per capire la Cina. Il Partito comunista non nasconde necessariamente una catastrofe. Può anzi trasformarla nella dimostrazione della propria efficienza: Xi ordina i soccorsi, l'Esercito popolare arriva, gli elicotteri decollano, migliaia di uomini vengono mobilitati. Lo Stato protettore entra in scena. Il problema nasce quando la catastrofe produce domande che il Partito non controlla. Nel Sichuan: chi aveva costruito quelle scuole? Chi aveva intascato tangenti? Perché gli edifici pubblici destinati ai bambini erano crollati mentre altri resistevano? Nel Tibet le domande potenziali sono forse altrettanto esplosive. Quanto è libera la popolazione tibetana di parlare con i giornalisti? Qual è il rapporto fra sviluppo economico e assimilazione? Quali effetti produce la presenza massiccia dello Stato cinese, delle infrastrutture, dell'esercito, dell'immigrazione Han? E soprattutto: può esistere un'informazione sul Tibet che non sia subordinata alla sicurezza nazionale? Da Xi Jinping in poi la risposta è diventata più netta.Xi ha concentrato il potere personale in misura sconosciuta dai tempi di Mao. Ha ridotto gli spazi della società civile, irrigidito Internet, accentuato l'assimilazione delle minoranze e trasformato la «sicurezza nazionale» in un criterio che penetra nella cultura, nell'università, nell'informazione, nella religione. Il Tibet e lo Xinjiang sono i casi estremi di questa evoluzione.Il breve silenzio che ha preceduto l'emergere delle prime informazioni sulla tragedia di Gyirong non deve essere trasformato automaticamente nella prova di un insabbiamento. Le devastazioni materiali spiegano una parte del ritardo. E una volta messa in moto, la macchina statale cinese dei soccorsi può essere formidabile. Ma quel silenzio appartiene a una storia più lunga. È la storia di un potere che da settantasei anni considera il Tibet non una provincia come le altre ma una frontiera da custodire, un'identità da assimilare, una memoria da riscrivere. Nel 1950 arrivarono i soldati di Mao. Nel 1959 fuggì il Dalai Lama. Durante la Rivoluzione culturale furono devastati monasteri e templi. Nel 1989 arrivò la legge marziale. Nel 2008 tornò la rivolta, seguita dalla chiusura quasi ermetica della regione. Oggi una montagna crolla, un fiume impazzisce, centinaia di persone scompaiono. La natura non conosce argomenti proibiti. Il Partito comunista cinese sì.












