Che parli di scuole di periferia o di foibe, di violenza di genere o di famiglie disfunzionali, Silvia Dai Pra’ sta salda sul suo baricentro, che è il sentimento della realtà. Lo chiamo sentimento perché non è solo un occhio acuto e ironico a cui non sfugge niente, mai un dato materiale, un tic sociale, una storia collettiva. Come ogni serio sguardo realista, anche il suo è pieno di quella compassione per l’umanità necessaria a tenere lontano qualunque atteggiamento giudicante.Coerente, tenace, eccola davanti al suo romanzo più profondo, “Brillare” (Mondadori), per cui sceglie uno stile ricco ma rigoroso e pulito, che rifugge qualsiasi esibizionismo. Nei suoi libri l’ambiente è tutto e qui c’è subito la contraddizione cruciale: il paesaggio luccicante intorno a Greto, piccolo paese sulle Apuane (il nome è inventato), non corrisponde alla realtà paludosa del borgo sperduto fra i tornanti. Brilla il marmo delle Alpi, brilla il mar Ligure colpito dal sole e brilla Bianca, la protagonista. Ma non brilla Greto, che risucchia come una sabbia mobile i suoi abitanti.Bianca brilla perché è fuggita dal mondo di persi in cui è nata e cresciuta. I giovani che sono rimasti lì appartengono a una categoria molto italiana: non studiano e non lavorano, vivono delle pensioni dei nonni, in case fatiscenti ma comode perché gratuite, invece di imparare un mestiere hanno progetti velleitari, occupazioni stagionali e troppo tempo libero, che passano a farsi canne e a bere, come eterni adolescenti, anche quando superano i trenta o i quarant’anni. Sono tutti Neet, malati di provincia, familismo e infantilismo.Bianca invece se n’è andata a Firenze, si è laureata in letteratura, ha affrontato una città, una carriera universitaria, un affitto da pagare, rapporti complessi. Quando è morta sua madre, tutti si aspettavano che lei si occupasse del padre e della sorella depressa, invece è scappata. La sua colpa? L’istinto di salvarsi, che sembra non appartenere più a nessuno dei suoi coetanei. Endemicamente estraneo alla provincia, più in generale a una grande fetta di Italia che non ha nessuna voglia di fare sforzi per essere diversa da quello che è e che è sempre stata. Quando il padre scompare, Bianca è costretta a rimanere a Greto per un’estate e a confrontarsi con la vita che non ha scelto. Tutti ce l’hanno con lei per questo suo rifiuto di affondare come gli altri. L’unico che sembra capirla è Orlando, una specie di ponte fra il vecchio e il nuovo mondo. Anche lui ha cercato di scappare dal paese, ma la sua vita milanese da avvocaticchio senza clienti era persino più frustante di quella dell’ultimo matto di Greto. E così è tornato sconfitto. Ma essere uno sconfitto fra gli sconfitti è più facile. Bianca, già angosciata dalla scomparsa di Argo, lo è forse ancora di più nel costatare quanto è immobile il mondo intorno a lei, si è fermata persino la Storia, alla strage nazista del ’44 o al comunismo. Non vuole tornare indietro, teme l’effetto ventosa che possono avere le origini. Ce la farà? È la domanda che resta, mentre la montagna si sgretola, come le possibilità di futuro.