Si sono alzate varie voci - a cominciare da quella, ancora forte, dell’anziana sorella Maria - in difesa di Giovanni Falcone e contro l’accusa mossagli dal direttore del Fatto Marco Travaglio di essere andato a Roma a lavorare per il governo Andreotti. Falcone fu chiamato come direttore degli Affari Penali del ministero di via Arenula dal partigiano socialista e grande penalista Giuliano Vassalli, poi andato alla Corte costituzionale, e materialmente nominato da Claudio Martelli, che di Vassalli era stato il successore. Il governo era sì quello di Andreotti, ma il patto tra Falcone e Martelli era che il magistrato antimafia più famoso nel mondo avrebbe potuto lavorare in assoluta autonomia. E qualora una delle sue proposte non fosse stata condivisa, avrebbe lasciato il suo incarico senza polemiche. D’altra parte, Vassalli e Martelli sapevano che Falcone aveva accettato di entrare nella macchina amministrativa, lasciando la trincea delle indagini, perché aveva un progetto da realizzare: la Superprocura antimafia per la quale, ovviamente, sarebbe stato il candidato numero uno, se le bombe di Capaci il 23 maggio 1992 non lo avessero ucciso insieme con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta.
Falcone e la Superprocura, così i pg in rivolta provarono a fermarlo
Il giudice antimafia fu duramente osteggiato dalle altre toghe. Non andò a Roma a lavorare per Andreotti ma per lo Stato






