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Vive recluso a casa di un amico da un mese e mezzo, esce per compere essenziali e al Pilastro va solo di notte a trovare la mamma. È il racconto del 37enne che la mattina del 19 luglio è intervenuto nelle operazioni di immobilizzazione di Abderrahim Fakir a Bologna tenendogli i piedi. Da quel giorno, dice in un’intervista all’edizione online di Repubblica chiedendo di rimanere anonimo, non può più frequentare il quartiere: è scappato per paura dopo le minacce di un gruppo di residenti, e non solo. «Mi hanno anche picchiato», dice.Fakir, 42 anni, è morto il 19 luglio in via Svevo mentre veniva immobilizzato a terra in posizione prona. La procura di Bologna ha aperto un’inchiesta e disposto l’autopsia: sotto esame la condotta di due agenti e di quattro operatori sanitari. L’Azienda sanitaria locale ha avviato un’indagine interna. Un video girato da un residente e diffuso dalla famiglia mostra gli ultimi minuti dell’uomo e ha dato origine a manifestazioni di protesta in città.

Il racconto di quella domenica

Quella domenica, racconta, «stavo dormendo e alle 10.45 sono stato svegliato da un uomo che urlava e stava male. Non avevo mai incontrato Fakir – precisa – ma quando mi sono affacciato ho visto che si stava facendo male, sbattendo la testa nello spigolo delle scale del cortile. Dopo sono arrivati gli agenti, provavano a tranquillizzarlo. Non ho visto cattiveria. Lui però era agitato, in stato di sofferenza fisica. Allora i poliziotti, vedendomi dalla finestra, mi hanno chiesto di portare per lui un po’ d’acqua».Così l’uomo è sceso da casa con una bottiglia. «Fakir ne beveva un po’, e dopo la buttata via. Stava male, ma non era violento. A quel punto è arrivata una macchina, di alcuni miei vicini di condominio, lui l’ha urtata e poi si è buttato verso l’auto e poi verso il guidatore. Ma semplicemente perché non stava in piedi e perché stava male, non con violenza. Ma i poliziotti, per evitare il peggio, lo hanno fermato».