L’IA si diffonde nelle imprese italiane, restando però spesso confinata a singole attività. Mentre ha effetti sulla produttività e li propaga lungo le filiere solo se è integrata nei processi. È poi necessaria la disponibilità di dati e competenze.
L’adozione c’è, l’integrazione no
dSecondo l’indagine Invind della Banca d’Italia, all’inizio del 2026 il 32 per cento delle aziende con almeno 20 addetti utilizzava strumenti di IA, dopo il raddoppio al 27 per cento nel 2025. Ma il dato decisivo è un altro: solo il 5 per cento ne fa un uso intensivo.
In molti casi, l’IA resta uno strumento di supporto a singole attività. Tra le imprese che usano applicazioni di IA generativa prevale la generazione di testi. Poco più della metà affianca anche altri utilizzi: chatbot per clienti o dipendenti, agenti di IA, strumenti per scrivere codice. Sono applicazioni utili, che possono far risparmiare tempo a singoli lavoratori. Ma i guadagni aggregati arrivano quando l’IA entra nei processi, modifica l’organizzazione, migliora le decisioni e sfrutta in modo strutturato i dati aziendali.
Le stime econometriche di breve periodo basate sui dati Invind confermano questa lettura: non emergono effetti sistematici dell’adozione su fatturato per addetto, occupazione o investimenti. Non è una bocciatura della tecnologia. È, probabilmente, il paradosso di Solow che si ripete: nelle prime fasi di una rivoluzione tecnologica, i costi di integrazione arrivano prima dei benefici. Il risultato trova riscontro anche nelle valutazioni delle imprese: tra quelle che già usano l’IA, il 70 per cento dichiara di non vedere ancora effetti sulla produttività; la metà si attende però un impatto positivo nei prossimi tre anni.







