Dietro l’intesa firmata il 7 agosto scorso fra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia ci sono rapporti e complementarità già esistenti, il ruolo chiave degli Stati Uniti e, soprattutto, c’è il Pakistan, dove politica interna e ambizioni di politica estera si intrecciano sempre più strettamente. Il patto formalizza una rete di rapporti consolidati. Il Pakistan fornisce da lungo tempo addestramento e assistenza tecnica alle forze armate saudite. Di recente, Islamabad ha inviato in Arabia Saudita circa 8.000 militari, una squadriglia di caccia e un sistema di difesa aerea, nell’ambito dell’accordo bilaterale di mutua difesa tra i due paesi, siglato a Riad nel settembre del 2025.Anche il rapporto tra Turchia e Pakistan ha una componente militare consolidata. I due paesi hanno collaborato alla produzione e all’acquisto di navi da guerra e aerei da addestramento, oltre a svolgere esercitazioni congiunte. L’Arabia Saudita è diventata un importante cliente dell’industria della difesa turca: nel 2023 Riad ha firmato con Baykar contratti per l’acquisto di droni e successivamente accordi per localizzarne la produzione nel Regno. Il valore del patto deriva anche dalla complementarità delle risorse che i tre paesi possono mettere sul tavolo. Si tratta di un tentativo di costruire una rete di sicurezza regionale nella quale ciascun paese porta ciò che gli altri non hanno: capacità nucleari il Pakistan, risorse economiche l’Arabia Saudita, industria della difesa la Turchia.Proprio il nucleare pachistano rappresenta uno dei punti più discussi. Dal testo reso pubblico non emerge alcun impegno da parte di Islamabad a estendere il proprio ombrello nucleare. Il deterrente di Islamabad è infatti calibrato sull’India e modificarne la funzione per includere Arabia Saudita o Turchia richiederebbe una revisione strategica di enorme portata. Ma non serve arrivare a questo perché il nucleare rivesta comunque un ruolo significativo. La semplice presenza di Islamabad nel nuovo accordo aumenta il costo potenziale di un’aggressione contro uno dei tre paesi.L’Amministrazione Trump ha insistito sulla necessità che gli alleati, dall’Europa al medio oriente fino all’Asia, assumano una quota maggiore dei costi della propria sicurezza, e il patto della Mecca va proprio in questa direzione: tre partner regionali mettono in comune risorse, capacità militari e responsabilità. Per Islamabad, Riad e Ankara si tratta di una risposta all’incertezza sulla disponibilità americana a garantire la sicurezza della regione. Gli ultimi anni hanno mostrato ai partner degli Stati Uniti che la politica americana può cambiare rapidamente, mentre il costo di una crisi regionale resta sul territorio degli alleati.E’ questa la contraddizione solo apparente del patto: può essere compatibile con il principio americano del burden-sharing e, allo stesso tempo, riflettere la crescente volontà dei partner di non dipendere esclusivamente dagli Stati Uniti. I tre attori regionali stanno facendo hedging, diversificando le proprie relazioni di sicurezza per ridurre il rischio derivante dalla dipendenza da un unico garante esterno. Più in generale, il patto della Mecca può essere letto anche come parte di una tendenza verso architetture di sicurezza più flessibili. Un formato modulare consente di cooperare dove gli interessi coincidono, pur mantenendo intatti i propri rapporti bilaterali e multilaterali: la Turchia resta membro della Nato; l’Arabia Saudita continua a essere profondamente legata agli Stati Uniti e il Pakistan mantiene una relazione strategica con la Cina.Uno dei maggiori beneficiari del patto è certamente il Pakistan. Attraverso gli accordi Islamabad consolida la propria posizione in Asia occidentale rafforzando la propria credibilità internazionale con l’interesse, però, a evitare che l’accordo venga interpretato come un patto diretto contro Teheran. Con l’Iran il Pakistan condivide un confine di circa 900 chilometri (a cavallo tra il Baluchistan pachistano e il Sistan-Baluchistan iraniano), una frontiera segnata dalle attività di gruppi armati. Da inizio 2026, la provincia del Baluchistan ha registrato 437 episodi di violenza e 1.747 vittime, il dato più alto dal 2000. La regione ha anche un’importanza economica strategica: qui si trova Gwadar, il porto sviluppato con investimenti cinesi nell’ambito del China-Pakistan Economic Corridor, parte della Via della seta cinese. A questo si aggiunge la presenza di una significativa popolazione sciita nel paese (la seconda nel mondo dopo l’Iran), un ulteriore elemento che rende particolarmente delicato per Islamabad un eventuale schieramento apertamente anti-iraniano.Paradossalmente, proprio la partecipazione al Patto della Mecca potrebbe aumentare la capacità di mediazione del Pakistan nel conflitto tra l’Iran e gli Stati Uniti. Se Islamabad riuscirà a dimostrare che il nuovo formato non è un progetto di contenimento dell’Iran, il suo ruolo di interlocutore tra Teheran e gli altri attori regionali potrebbe rafforzarsi.L’accordo fra Pakistan, Arabia Saudita e Turchia va quindi letto come il sintomo di un equilibrio regionale in trasformazione. I tre paesi cercano geometrie di sicurezza trilaterali in un momento di ridefinizione degli equilibri mondiali e di fronte all’imprevedibilità degli Stati Uniti. Per Islamabad, questo nuovo equilibrio offre l’opportunità ribadire la propria centralità, senza rinunciare ai rapporti con Iran e Cina. Il patto rappresenta dunque non la nascita di un nuovo blocco, ma l’embrione di un ordine regionale in cui gli equilibri si costruiscono attraverso partenariati flessibili.Filippo Boniprofessore associato di Relazioni internazionali, Open University
La strategia del Pakistan per diventare un attore centrale
Il deterrente nucleare consacra i legami con Arabia Saudita e Turchia, senza cancellare i rapporti storici con Cina e Iran. Così Islamabad diversifica i suoi garanti esterni






