Il potere non è la capacità di dire sì o no. È la capacità di sottrarsi al sì o al no degli altri. Il Parlamento può ignorare per anni una maggioranza favorevole al fine vita. Il capitale immateriale può spostare altrove il valore che dovrebbe finanziare il welfare. Le imprese che controllano modelli e capacità di calcolo possono trattare una norma europea come un costo da arbitrare. In tutti e tre i casi non vince chi ha l’argomento migliore. Vince chi può non rispondere.
Due articoli apparsi su questo giornale hanno messo a fuoco lo stesso problema da estremità apparentemente lontane. Mario Lavia ha descritto nella piattaforma di Giuseppe Conte un deficit di seria cultura di governo. Christian Rocca ha mostrato l’inadeguatezza della politica davanti alla potenza dell’intelligenza artificiale. Riccardo Magi, intanto, ha domandato quale legge italiana possa essere ricondotta alla cultura woke, indicando per contrasto i diritti che ancora mancano.
Sono tre osservazioni giuste e, messe una accanto all’altra, rivelano più di quanto ciascuna dica da sola: convergono su una variabile che il dibattito politico non nomina mai. Quella variabile è la dipendenza. Una decisione diventa potere soltanto quando chi dovrebbe subirla non può permettersi di ignorarla – ed è per questo che il programma senza strumenti di cui parla Lavia e la regola senza sovranità che Rocca teme sono lo stesso oggetto visto da due lati.






