Il serial killer si chiama Little Death, dal francese “petite mort”, che è un modo insieme colto e gergale per definire l’orgasmo. Prende di mira giovanissimi più o meno impegnati in attività amorose, naturalmente, e nessuno lo ha mai visto in faccia perché ha la testa infilata dentro un bocchettone dell’aria condizionata. Le sue vittime muoiono atrocemente – o forse, chissà, deliziosamente – tra zampilli di sangue potenti come geyser dall’evidente valenza erotica, per la gioia e il raccapriccio di altri adolescenti che da quasi mezzo secolo consumano le sue gesta in sala.Little Death infatti non esiste - ma chi può dirlo con certezza? - è l’eroe di un immaginario ma fortunato franchise slasher (sottogenere horror che vede le vittime massacrate con armi da taglio, stile “Nightmare” o “Venerdì 13”), un po’ in declino dopo decenni di successi e merchandising riassunti nei geniali titoli di testa. Tanto che a rivitalizzare quella “proprietà intellettuale zombie” è stata chiamata una giovane regista in carriera, occhialuta e saccente a dovere. Ma soprattutto pronta a balzare sull’occasione per “incrociare la cultura queer e la rappresentazione della mostruosità a un meta-commento sulle dinamiche di genere nel cinema slasher”.Così almeno dice, più o meno testualmente, la giovane ambiziosa (Hannah Einbinder) alla matura diva della serie, ritiratasi da anni nella gelida cittadina lacustre in cui i film sono ambientati e girati, creandosi un mondo sapientemente a cavallo tra realtà e immaginazione (un’epocale Gillian Anderson, la star di “X-Files”, in un ruolo che cita e parodizza la Norma Desmond di “Viale del tramonto” senza ombra di pedanteria).Il resto si può immaginare, o meglio lo immaginerete facilmente, man mano che ”Camp Miasma” (grande titolo) procede. Tenendo fede, qui sta il bello!, al programma esposto dalla giovane regista queer, più repressa e infelice di quanto creda. Anche se lo fa senza annoiare lo spettatore un secondo, anzi sfornando una serie di idee e mèta-idee, reinvenzioni del genere e commenti al genere, prodezze visive e riflessioni sul nostro rapporto a quelle stesse prodezze, ovvero sulla nostra inesauribile fame di immagini, che generano, per chi sta al gioco, una cascata di intelligenza e divertimento. Una bella conferma per Jane Schoenbrun, talento eccentrico come la sua storia di persona non binaria, consacrata al “Certain regard” di Cannes. A riprova che nulla si presta meglio del cinema di genere a una riflessione sulle regole e la loro evoluzione. Nella vita come nelle sue rappresentazioni.