Per Roberto De Vita non siamo più davanti alle critiche, ma a una vera e propria persecuzione. Il legale di Sigfrido Ranucci sceglie parole pesanti per descrivere quanto sta accadendo intorno al conduttore di Report: parla di “accanimento”, di “novelli inquisitori”, persino di una “damnatio in vita”. E cita direttamente la Rai, che a suo giudizio dovrebbe difendere il giornalista per proteggere la missione democratica.“Quando il colpevole prescinde dalla colpa, la verità ha già ceduto il posto alla persecuzione”, sostiene, secondo il quale dovrebbe preoccupare “l’intensità, la mole, la persistenza” delle contestazioni rivolte a Ranucci, un’offensiva che, a suo dire, non arretrerebbe “nemmeno di fronte alle valutazioni dei magistrati”.Lo stesso Ranucci si espone ora sui social e conferma la situazione: “In queste ore e in questi giorni i vertici Rai sono al lavoro per il mio allontanamento da Report”.Una ricostruzione senza sfumature, nella quale intorno sembra essersi formato un unico fronte accusatorio alimentato da “falsità e male coscienze”. De Vita se la prende anche con quanti, alla ricerca di un istante di visibilità, contribuirebbero quotidianamente ad aggiungere nuovi elementi, talvolta “mendaci”, a quello che definisce un “teatro dell’assurdo”.Parole comprensibili nella logica di una difesa, molto meno se diventano il metro con cui liquidare indistintamente tutto ciò che viene contestato al conduttore. Perché difendere Ranucci da eventuali falsità è una cosa; trasformare ogni critica, domanda o richiesta di chiarimento in un capitolo di una persecuzione è un’altra. La tutela quindi “per proteggere se stessa e la missione democratica di cui ogni giornalista è espressione”. Ma quella stessa missione democratica comprende anche il diritto di discutere il lavoro di un professionista, soprattutto quando si tratta del volto di una delle più importanti trasmissioni d’inchiesta del servizio pubblico.