Hanno presentato centinaia di pratiche alle prefetture per il rilascio di permesso di soggiorno in base al decreto Flussi: ma quelli che sulla carta erano braccianti agricoli, destinati alle aziende del territorio, nella realtà erano extracomunitari che - pagando - ottenevano irregolarmente la possibilità di entrare in Italia. Un sistema smascherato da un’inchiesta della Procura di Matera, che ad aprile ha portato a 11 arresti, e che è stato spacchettato in quattro filoni per competenza territoriale. Ed è Potenza ora a chiedere il processo per alcuni dei principali protagonisti della truffa, il consulente del lavoro barese Giovanni Brancale, 50 anni, il padre Carmine, 78 anni, e il sindacalista potentino Domenico Capoluongo, 53 anni: i primi due erano finiti ai domiciliari, ora sono sottoposti rispettivamente all’obbligo di dimora a Bari e all’interdizione dall’attività professionale.

Il sistema (molti degli indagati hanno ammesso gli addebiti nel corso degli interrogatori di garanzia) si basava su richieste presentate alle prefetture per conto di alcune aziende con sedi nei vari capoluoghi, che chiedevano il nulla osta per l’ingresso in Italia di lavoratori extracomunitari. In realtà le aziende nel caso dello stralcio dell’inchiesta assegnato alla pm Sarah Marsecchia) erano inattive, e - in un caso - il sindacalista Capoluongo aveva utilizzato anche la sua stessa impresa individuale. Le domande - dice l’accusa - venivano compilate con «dati inverosimili» sul fatturato delle aziende richiedenti, e con i documenti di cittadini extracomunitari che versavano una certa quota per ciascuna pratica ad alcuni mediatori (la cui posizione è rimasta nel fascicolo di Matera). Si andava dai 1.000 ai 2.000 euro per ciascuna domanda, che venivano divisi tra l’intermediario e i professionisti cui spettava il compito di presentare materialmente la domanda: il consulente del lavoro Brancale, ma anche avvocati, titolari di Caf e sindacalisti.