In ricordo delle dodici vittime nell’82° anniversario dell’eccidio di Santa Maria a Colle del 23 agosto 1944. La pace non è una pianta spontanea, va seminata, curata, coltivata e preservata. L’ultima guerra... così la chiamavano.

La mia generazione nata negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale è stata, suo malgrado, una generazione fortunata perché è cresciuta in un clima di positiva ripresa della normalità. La voglia di ricostruire cose e rapporti umani prevaleva sul dolore dei vuoti lasciati dalla guerra, sul desiderio ormai svanito di vedere ritornare chi era partito per la guerra, chi era stato confinato nei campi di concentramento e non ce l’aveva fatta a superare le atrocità e le sofferenze.

Ogni cosa assumeva nuovo valore, tutto era prezioso, tutto utile a riprendere la quotidianità che la guerra aveva sconvolto, distrutto, annullato. Sulle tavole si cercava di ristabilire la normalità, i tempi diventavano punti di riferimento essenziali per riorganizzare la vita di ogni giorno, ritornavano le feste nei paesi, le processioni anche nei rioni cittadini, si cominciava con lentezza a comprare nuovi utensili per la casa ed altro. La ricerca della normalità era il motore di tutti, la guerra sembrava essere sparita di colpo e ritornava nei racconti e come tali faceva meno male. E di cose da raccontare ce n’era a sfare, ma nessuno aveva voglia di ricordare e di questo ne risentiranno le migliaia e migliaia di IMI che erano ritornati in patria. C’era una sorta di benefica frenesia, un senso di potenza che non si sgomentava di fronte agli ostacoli perché essere sopravvissuti aveva reso più forti, coriacei anche se le ferite nei cuori erano vive e pulsanti. Quell’ultima guerra, come le definivano allora, era finita e la convinzione che non sarebbe mai più ritornata era, almeno palesemente, sostenuta dalla maggior parte delle persone.