C’è una ragione per cui gli Stati Uniti e il Canada hanno potuto permettersi, per decenni, di litigare su questioni come il legname di conifera, le quote agricole o le regole commerciali senza mettere in discussione la natura del loro rapporto. È una ragione molto semplice: la geografia.
Gli Stati Uniti hanno a nord un vicino grande, ricco, democratico e sostanzialmente amico. Tra i due Paesi corre il confine non militarizzato più lungo del mondo. Non è un dettaglio: è una delle più grandi fortune strategiche che Washington abbia ereditato dalla storia. Eppure oggi quel rapporto è precipitato in una guerra commerciale che rischia di diventare molto più costosa del motivo per cui è cominciata.
Da sabato gli Stati Uniti applicano dazi del 50 per cento su una parte delle importazioni canadesi, per un valore di circa 20 miliardi di dollari. Il primo ministro Mark Carney ha annunciato che il Canada risponderà colpo su colpo, con dazi dello stesso valore a partire dall’8 settembre. «Siamo in guerra», ha detto, usando una formula che restituisce bene il clima politico, anche se non la natura del conflitto. Il problema è ciò che può venire dopo. E Trump ha già annunciato un’ulteriore escalation: dal primo gennaio 2027 i dazi americani su auto, camion, componenti automobilistici e acciaio canadesi saliranno al 50 per cento. «Il Canada non sarà più trattato come uno Stato», ha scritto il presidente americano su Truth Social. È un altro colpo a una relazione economica costruita sulla strettissima integrazione delle due economie.










