L'equivalente di un palazzo di cinque piani, che si scioglie al calore di un sole sempre più impietoso. Il ghiacciaio del Miage, sul versante italiano del Monte Bianco, ha perso 15 metri di spessore negli ultimi sei anni. Il dato è stato diffuso da Legambiente alla fine della tappa valdostana della Carovana dei Ghiacciai 2026, la campagna itinerante condotta insieme a Cipra Italia e con la partnership scientifica della Fondazione Glaciologica Italiana, che dal 20 al 24 agosto ha monitorato l'area tra Val Veny e Val Ferret. Dallo studio emerge inquietante il confronto con il passato: gli stessi 15 metri di ghiaccio si erano persi tra gli anni Ottanta e il 2020, proprio ai tempi in cui la Carovana aveva fatto la sua prima tappa sul Miage. Il ritmo di fusione sarebbe quindi più che sestuplicato e quello che un tempo avveniva in quarant'anni oggi avviene in sei. Il Miage è storicamente considerato tra i ghiacciai più resistenti delle Alpi grazie alla spessa coltre di detriti rocciosi (è il più grande "ghiacciaio nero" del continente) che lo protegge dall'irraggiamento solare diretto. Ma la sua copertura, che ne aveva rallentato per anni la fusione, non sembra più bastare a contenere gli effetti del riscaldamento globale. Attorno al ghiacciaio, come riferisce Legambiente, si moltiplicano i segnali di instabilità del territorio: aumentano le colate detritiche e i crolli, le morene si deformano, diversi larici sono caduti e si stanno formando nuovi laghi glaciali. Desta preoccupazione anche il vicino ghiacciaio di Planpincieux, che domina la Val Ferret, il cui fronte nei periodi estivi di massima criticità arriva a muoversi fino a due metri al giorno.Le conseguenze di questo arretramento, secondo Legambiente, non sarebbero confinate all'alta quota. Il ritiro dei ghiacciai favorisce la formazione di nuovi laghi glaciali, spesso instabili, che in alcuni casi possono generare improvvise ondate di piena a valle. Ma più in generale, i ghiacciai alpini funzionano come riserve idriche stagionali per i fiumi a valle, compreso il bacino del Po - le cui immagini in secca, non a caso, hanno invaso giornali e web questa estate - contribuendo all'approvvigionamento di acqua potabile, all'agricoltura e alla produzione idroelettrica proprio nei mesi in cui le precipitazioni scarseggiano di più. La loro progressiva scomparsa comporta anche una maggiore instabilità dei versanti e delle morene, con più frane e colate detritiche, e mette a rischio gli ecosistemi e le specie vegetali che vivono soltanto in prossimità del ghiaccio.C'è poi anche un effetto di nevi e ghiacciai che si autoalimenta: le superfici bianche riflettono gran parte della radiazione solare, contribuendo a mantenere più fresche le alte quote; quando il ghiacciaio arretra e lascia scoperta la roccia sottostante, molto più scura, l'assorbimento di calore aumenta e la fusione del ghiaccio residuo accelera ulteriormente. È il cosiddetto "feedback ghiaccio-albedo", che non fa altro che contribuire all'innalzamento delle temperature sul nostro pianeta.