E’iniziata oggi la missione in Russia di mons. Paul Richard Gallagher, il rappresentante per gli stati della Santa Sede (una sorta di ministro degli Esteri). Ci rimarrà fino al 28 agosto in quella che è una missione pubblica, con tanto di calendario degli appuntamenti diffuso su X: in Vaticano, considerati gli interlocutori bizzosi e non proprio trasparenti, devono aver pensato che sia meglio far sapere urbi et orbi in anticipo che cosa farà Gallagher. Domani incontrerà il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, e il metropolita Antonij di Volokolamsk, presidente del dipartimento per le Relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca. Mercoledì, l’inviato papale parlerà a quattr’occhi con Yuri Ushakov, consigliere di Putin per la politica estera. Giovedì, il programma è tutto rivolto all’incontro con le comunità cattoliche russe presenti a Mosca. L’ultima volta che mons. Gallagher aveva messo piede nel grande paese euro-asiatico era il 2021, quando dell’invasione dell’Ucraina si parlava da qualche parte e una buona fetta degli intellò europei (e di certa stampa) ridevano all’ipotesi che Putin potesse fare quel che poi ha fatto il 24 febbraio del 2022. La visita di mons. Gallagher è significativa perché va ben oltre la narrazione dell’equidistanza vaticana che vorrebbe imporre lo stesso trattamento dialogante in riferimento a Kyiv e a Mosca. Chi sia il responsabile della situazione, a Roma è ben chiaro. E infatti, gli stessi account ufficiali nelle scorse ore hanno ricordato che “è la prima volta dall’attacco russo all’Ucraina che un alto rappresentante della Segreteria di stato visita la Russia”. Di massimo interesse sarà il risultato di questi colloqui, considerando che un mese e mezzo fa, sotto i bombardamenti del Cremlino su Kyiv, proprio Gallagher – lì presente – disse a Zelensky che “la Santa Sede è vicina all’Ucraina e ne sostiene pienamente l’integrità territoriale”. Chissà che qualcuno, ora, non gliene chieda conto.