Roma, 24 agosto 2026 – “Artigianale” non è più un aggettivo buono per qualsiasi etichetta. Dal 7 aprile è diventato, in Italia, una qualifica giuridicamente protetta. Ma tra una legge scritta e una legge che cambia davvero il mercato c’è di mezzo l’attuazione. Ed è su questo passaggio che Confartigianato lancia ora l’allarme: le Regioni devono adeguare le proprie norme, organizzare i controlli e applicare le sanzioni. Altrimenti la stretta contro i “finti artigiani” rischia di restare sulla carta. La dimensione del fenomeno, secondo la Confederazione, è tutt’altro che marginale. Sarebbero almeno 850mila i “finti artigiani”, contro circa 588mila imprese artigiane regolari nei comparti più esposti: alimentare, moda, arredamento, artigianato artistico, acconciatura, idraulica, autoriparazione. In gioco non c’è solo il linguaggio pubblicitario, ma una quota di mercato e soprattutto un capitale reputazionale. La parola “artigianale”, infatti, vale economicamente. Evoca qualità, manualità, competenza, personalizzazione, origine del prodotto. E spesso giustifica anche un prezzo più alto. Chi la utilizza senza averne titolo incassa una rendita di reputazione costruita da imprese che rispettano requisiti, obblighi e vincoli specifici. È questa la concorrenza sleale che la legge annuale sulle Pmi ha provato a fermare.
Artigianale per legge, 850mila «finti» nel mirino. Ma ora tocca alle Regioni
Con l’articolo 16 della legge 34 del 2026 un’impresa non può fare richiamo all’artigianato se non è iscritta all’Albo e non realizza direttamente ciò che presenta come artigianale







