Milano, 24 ago. (askanews) – Dopo aver messo in discussione l’enologia convenzionale, il vino naturale si trova oggi davanti a una nuova fase. “Il vino post naturale” di Roberto Frega parte da una tesi precisa: la fase più dirompente si è definitivamente conclusa e il confronto deve spostarsi dalla cantina alla vigna, dal rifiuto degli interventi enologici alla qualità del lavoro agricolo. Nell’interessante saggio pubblicato da Edizioni Ampelos, questo filosofo politico e direttore di ricerca al Cnrs di Parigi, studioso del pragmatismo americano che da anni intreccia la ricerca accademica con l’interesse per il vino e per la scena enologica francese, individua una generazione di vignaioli che non si riconosce più né nell’enologia convenzionale né nel naturalismo militante.
Premesso che “vino naturale”, in assenza di un Disciplinare e di criteri normativi univoci, resta da oltre 40 anni una definizione di comodo che identifica un insieme di principi e pratiche condivise, interpretati in modo diverso dai singoli vignaioli e codificati soltanto da associazioni volontarie, il dibattito è ancora dominato dalla contrapposizione tra vini “convenzionali” e “naturali”, spesso ridotti rispettivamente a prodotti industriali e bottiglie di piccoli artigiani ostili alla tecnica. Una divisione “comoda”, ma ormai davvero limitata e limitante, che Frega prova a superare senza negare il ruolo storico del naturale, che ha rimesso in discussione la standardizzazione e il primato del controllo enologico.






