PORDENONE - Lo choc si fonde con la rabbia. E con l’incredulità. Quell’educatore (perché di fatto un allenatore di calcio giovanile è o dovrebbe essere anche e soprattutto questo) che non destava alcun sospetto, in realtà filmava i giovani calciatori di nascosto. E condivideva quelle immagini su Telegram. Irreale, per chi quel mister lo ha avuto nel proprio club e oggi lo rivede al centro di una complessa indagine dei carabinieri. Il giorno dopo l’inchiesta dell’Arma, che ha permesso di accertare la condotta del 27 enne che ora si trova ai domiciliari, parlano i dirigenti dei club pordenonesi in cui il giovane è stato tesserato. Dall’altro lato, poi, ci sono i genitori, che ora stanno pensando ad un’azione legale comune (con lo stesso avvocato) per tutelarsi eventualmente anche in sede civile. E chiedere i danni.

I CLUB Parlano i dirigenti. Eviteremo di riportare i nomi, così come le squadre di appartenenza, per non rendere riconoscibili i minori. Che sono le vittime assolute di questa vicenda. «Il danno è molto grave - spiega il presidente di un noto club calcistico del Friuli Occidentale in cui il 27 aveva prestato servizio come tecnico delle giovanili -. Stiamo collaborando in modo molto stretto con i titolari delle indagini. Siamo stati anche nei nostri spogliatoi, per facilitare il loro lavoro». Poi c’è l’incredulità. «Non avevamo alcun sentore che potesse accadere una cosa così grave. Parlando con alcuni dirigenti, ho appurato che si trattava di un insospettabile. Diceva addirittura che non voleva condividere gli spogliatoi con i ragazzi, per avere un comportamento che fosse il più limpido possibile. Un’azione comune da parte nostra per tutelarci? Ci penseremo. È una bruttissima esperienza. Parlerò con i colleghi degli altri club coinvolti nella vicenda». Quattordici, secondo quanto ricostruito dai carabinieri di Pordenone, le società in cui il 27enne ha militato. Ventiquattro, le giovani vittime. «I genitori invece si sono già coalizzati - prosegue ancora il presidente del sodalizio - e stanno seguendo una linea comune per poter arrivare poi a un risarcimento. Quanto a noi, abbiamo seguito fedelmente tutte le indicazioni che ci sono state date dai carabinieri che stanno indagando. Siamo scossi. Non sappiamo chi sono i ragazzi diventati vittime di questa vicenda. Ma siamo al loro fianco». LE RICOSTRUZIONI Sotto la lente dei dirigenti, non solo i comportamenti tenuti dall’allenatore nell’ambito dell’attività sportiva quotidiana nei singoli club, ma anche alcuni camp estivi. «Era una persona di cui ci fidavamo - spiega un secondo dirigente di una società pordenonese - ma da quanto abbiamo ricostruito qualcosa potrebbe essere successo anche in occasione di alcuni camp sportivi svolti nelle estati scorse». Poi la conferma di un comportamento già paventato dal primo dirigente sportivo interpellato: «Diceva “non vorrei mai che si pensasse male” e per questo non voleva entrare negli spogliatoi». Spogliatoi che invece, secondo l’indagine portata a termine e conclusa dai carabinieri, erano proprio i luoghi in cui venivano scattate le foto. Un’ultima voce arriva sempre dal Pordenonese, perché è lì che si concentra la vicenda. «Ci sono le indagini e io rimango garantista fino all’ultimo. Ma è a monte che bisogna fare un lavoro specifico. Noi, ad esempio, per politica interna al club vietiamo tutti i cellulari negli spogliatoi (il 27enne era stato tesserato anche per quel club, ndr). Da noi entrava solamente per dare le formazioni ai ragazzi. Non ci siamo mai accorti di qualcosa di strano. E invece purtroppo siamo a che fare con qualcuno che - non ho problemi a dirlo - faceva delle cose schifose, mettendole in rete. Ancora non ci possiamo credere».