Quando era ancora in servizio nella Marina militare statunitense, Emelia Probasco ha calcolato quanti secondi le restassero per decidere se un puntino sul radar fosse un missile in arrivo.

La risposta - “Pochi, pochissimi” - le ha insegnato una cosa che oggi porta al centro del dibattito sull'intelligenza artificiale militare: in certe situazioni i tempi di reazione di un essere umano, da solo, non sono sufficienti per difendersi.

Ufficiale di guerra di superficie della Marina degli Stati Uniti, con due dispiegamenti nell'Indo-Pacifico alle spalle, poi speechwriter al Pentagono per il Capo delle Operazioni Navali e docente di scienze politiche all'Accademia Navale, Probasco ha conosciuto la guerra dal ponte di una nave prima ancora che dai paper accademici.

Oggi è Senior Fellow al Center for Security and Emerging Technology (CSET) della Georgetown University, il centro di ricerca che studia le implicazioni di sicurezza delle tecnologie emergenti, dove dirige il lavoro sulle applicazioni militari dell'IA.

La sua analisi pesa perché tiene insieme due competenze che di solito viaggiano separate: quella tecnica, su come sistemi come il Project Maven di Palantir – il programma con cui il Pentagono applica l'IA all'analisi dei dati di intelligence – trasforma montagne di informazioni in decisioni operative, e quella etica, su dove si annidino i rischi reali quando a premere sul tempo è un algoritmo.