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Il centro storico di Datong, nella regione cinese dello Shanxi, è proprio come un turista potrebbe immaginarselo: tutti gli edifici hanno uno stile tradizionale, con i tetti inclinati e le estremità ricurve verso l’alto, ci sono ovunque lanterne illuminate, ornamenti in legno e intarsi dorati. Guardando meglio però si vede che il “legno” non è legno, l’“oro” non è oro e le luci dentro alle lanterne sono elettriche.

Una parte di quelle che in Cina vengono presentate come “Ancient Towns”, una categoria simile ai borghi italiani, sono in realtà città costruite negli ultimi decenni, in alcuni casi dove prima non c’era nulla e in altri ispirandosi a luoghi storici realmente esistiti e poi demoliti o andati distrutti. L’effetto finale non sempre piace, soprattutto se ci si va aspettandosi di vedere edifici autentici: a un certo punto persino il governo cinese ha chiesto di non esagerare con la copia e la ricostruzione del passato. Succede per molti motivi, sia economici sia culturali, e a volte funziona e altre no.

Le finte città antiche sono per prima cosa un modello di business pensato per il turismo. Sono progettate per essere scenografiche e fare una gran figura sui social, e attirano i visitatori sia cinesi sia stranieri promettendo di offrire l’esperienza della Cina antica e imperiale. Un esempio di successo è Gubei, una città sull’acqua aperta dal 2014.