È realistico immaginare un modello economico non orientato al profitto di pochi ma al benessere di tutti? Il movimento ci prova. Una follia giocosa, ma fino a un certo punto…
«È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». La massima è del critico statunitense Fredric Jameson, noto per le sue analisi sul postmoderno come espressione della cultura sotto la pressione del tardo-capitalismo. Ma a renderla famosa è stato il filosofo e sociologo inglese Mark Fisher, la cui opera eccentrica ma di straordinario valore è riassunta nel saggio Realismo capitalista, del 2009. Mark Fisher è scomparso prematuramente e in modo tragico nel 2017, ma il suo lascito intellettuale è ancora oggi carico di suggestioni sull’estrema fatica che il pensiero contemporaneo fa nel concepire un’alternativa al sistema economico dominante. L’idea che il sistema attuale sia l’unico possibile è ormai radicata nell’inconscio collettivo. Cambiare modello di vita e di sviluppo economico sembra infatti un pensiero impossibile da attuare, anche quando – come stiamo vedendo in questi giorni – la crisi climatica sta generando disastri epocali.
Alluvione nel Nuorese (Ansa).
L’accelerazionismo di destra che ispira i broligarchi






