Il giorno in cui Hollywood morì era un lunedì d’agosto di cento anni fa. Da una settimana una folla cingeva d’assedio il Policlinic Hospital, dove Rodolfo Valentino era entrato d’urgenza a Ferragosto. Era a New York per l’anteprima del suo ultimo film, Il figlio dello sceicco. In preda a un forte mal di stomaco, era collassato nel suo appartamento all’Hotel Ambassador, su Park Avenue a Manhattan. La diagnosi fu ulcera perforata evoluta in peritonite. L’operazione era riuscita e tutto pareva destinato a rientrare, ma quel 23 agosto del 1926 subentra un’infezione cardiaca. Alle 12, 10 il suo cuore si ferma. Si chiude a 31 anni la vita del primo, vero divo del cinema e ha inizio il primo, gigantesco spettacolo del dolore della cultura di massa. Una sorta di festa funebre, in cui gli elementi carnevaleschi si mescolano alla curiosità morbosa. La notizia della morte scatena lacrime, urla, svenimenti. Sotto l’ospedale due donne tentano il suicidio, fermate dai presenti. Nei giorni successivi si uccideranno in 45, tra cui una ragazza londinese che si avvelena davanti a una foto dell’attore e un fattorino dell’ascensore del Ritz di Parigi, trovato morto su un letto coperto di immagini di Rudy. La salma viene esposta nella cappella dell’agenzia funebre Frank E. Campbell, sulla Broadway, all’altezza della 66ª Strada. Fuori sono in 30 mila a premere per entrare, scatenando tafferugli, infrangendo le vetrine della casa funeraria. Seguono scontri con la polizia, feriti, auto danneggiate e persino ribaltate. La situazione degenera al punto che vengono mobilitati più di cento agenti a cavallo, insieme alle riserve della polizia di New York.