ROMA – Dopo tre anni di conflitto, in Sudan l'emergenza non è più una fase temporanea: è diventata la vita quotidiana di milioni di persone. Non riguarda soltanto chi è fuggito dalla violenza, ma anche chi ha scelto di restare, chi non è riuscito a scappare e chi, dopo essere partito, ha deciso di tornare per ricominciare. Le comunità che all'inizio avevano accolto le famiglie sfollate continuano, dopo tre anni, a condividere con loro cibo, acqua e mezzi di sussistenza. E le conseguenze della crisi non si fermano ai confini del Sudan, ma coinvolgono anche i Paesi circostanti.
Le storie. Quando il conflitto ha travolto Khartoum, Omar, volontario della Mezzaluna Rossa Sudanese, ha fatto una scelta difficile: ha fatto partire moglie e figli per metterli in salvo, mentre lui è rimasto. Da tre anni percorre le strade di Khartoum, a volte a piedi, portando medicine e aiuti dove gli ospedali sono stati distrutti. «Non potevo abbandonare la gente di Khartoum. Dipendevano da noi per i soccorsi e per le cure», racconta.
Il costo umano di un impegno tenace e solidale. I volontari della Mezzaluna Rossa Sudanese come Omar hanno continuato a curare i feriti, allestire cliniche, distribuire medicinali e fornire primo soccorso alle persone isolate dal conflitto. Un impegno che ha avuto un costo umano enorme: due colleghi di Omar, Maha e Yasir, entrambi volontari, hanno perso la vita mentre erano in servizio. In tutto il Sudan, oltre 122 mila volontari della Mezzaluna Rossa sono stati il fulcro della risposta umanitaria. Hanno portato aiuti in tutti i diciotto Stati, nonostante l'insicurezza, gli sfollamenti e le perdite personali.







