Milano, 22 ago. (askanews) – A oltre vent’anni dalla prima edizione e a poco più di due mesi dalla morte di Carlin Petrini, lo storico saggio ‘Buono, pulito e giusto’ torna finalmente in libreria e impone una domanda prima ancora di cominciare a leggerlo: che cosa resta oggi della visione con cui il fondatore di Slow Food provò a ridefinire il senso del cibo mettendo sullo stesso piano qualità, piacere, ambiente e giustizia sociale? Quanto quel pensiero è ancora in grado di interpretare questi temi così importanti nel presente, al di là di alcune pagine che portano inevitabilmente i segni del tempo? Chiariamolo subito: non solo le questioni da cui nacquero le riflessioni che ritroviamo nel libro restano aperte ma, in molti casi, hanno acquistato nuova urgenza. Perché se sostenibilità, biodiversità, territorio e rispetto del lavoro e delle persone sono oggi uscite dal lessico degli addetti ai lavori, non è affatto certo che ‘buono, pulito e giusto’, inteso come principio capace di tenerle insieme, sia diventato patrimonio comune, sia entrato nella cultura di un popolo.
‘Buono, pulito e giusto’ può essere considerato in questo senso un Manifesto, un testo programmatico nel quale una parte consistente delle idee sviluppate per e da Slow Food trova una formulazione organica e una lingua capace di renderle accessibili: sottrarre la gastronomia al recinto del gusto per trasformarla in uno strumento con cui leggere agricoltura, ambiente, economia, lavoro e relazioni sociali. ‘Questo libro ha l’ambizione di sviluppare idee, accrescere consapevolezze e suscitare passioni’, scrive Petrini in apertura, chiarendo immediatamente la natura militante del saggio: non descrivere soltanto il sistema alimentare, ma fornire strumenti per giudicarlo e cambiarlo.






