Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiForse non è il romanzo migliore dell’autore che ha scritto alcuni dei migliori romanzi americani del Novecento. Nondimeno è il romanzo che già a partire dal suo titolo, Il tallone di ferro, in originale The Iron Heel, segna un’epoca: quella della grande letteratura socialista, non soltanto americana, e che contemporaneamente fonda un nuovo genere, la distopia moderna, da cui derivano tutte le storie di mondi spaventevoli governati da tiranni e da élites cannibali che affollano le nostre biblioteche, da Noi di Zamjatin agli scenari angosciosi delle opere di Kafka, dalla Svastica sul sole di Philip Dick a 1984, dal Complotto contro l’America di Philip Roth al Racconto dell’ancella di Margaret Atwood.
C’è Jack London, infatti (Jack London col suo spavaldo machismo da giramondo, con le sue fissazioni nietzschiane da dilettante della filosofia, col suo giornalismo d’inchiesta che i Ranucci e i Fattosky nemmeno se lo sognano) all’origine di tutti gli «avvisi ai civilizzati» con i quali la letteratura ha messo in guardia, negli ultimi cent’anni, contro le derive disumanistiche (e totalitarie, come si sarebbe detto poi) delle società occidentali. Il tallone di ferro è romanzo avveniristico, ma più nel senso di Jules Verne che di Isaac Asimov: Verne anticipa nelle sue storie la nascita dei sottomarini, dei velivoli più pesanti dell’aria, dei razzi lunari, dei carri armati; Jack London, con lo sguardo lungo e iperbolico del romanziere pulp, prevede l’avvento del fascismo e del comunismo, le piaghe tuttora aperte del Ventesimo secolo. Lev Trotsky, che legge per la prima volta il romanzo nel 1937, pensa che London, col Tallone di Ferro, abbia previsto il fascismo, ma solo perché, da vecchio arnese (e generalissimo) bolscevico, vede la pagliuzza negli occhi di Mussolini e Hitler ma non la trave nell’occhio di Stalin (e suo, di Trotsky).







