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Marco Bonarrigo

Il francese, due mondiali di fila e molto altro in carriera, dice basta a sorpresa. Fra i più amati e vincenti nell'ultimo decennio, non si riconosceva più in uno sport dove tutto è calcolato al dettaglio

Non ha nemmeno aspettato la fine della stagione e con lei la scadenza del contratto con la svizzera Tudor: giovedì sera Julian Alaphilippe, ciclista tra i più vincenti e ammirati dell’ultimo decennio, ha comunicato il suo ritiro immeditato dall’agonismo al quotidiano sportivo francese l’Equipe lasciando incompiuta una stagione faticosa e, come le due precedenti, dove ha ottenuti risultati modesti, non pari al sul palmares ed enorme talento. E questo anche se a inizio anno il francese aveva annunciato di aver ancora voglia di provare a vincere in un ciclismo dove «i giovani gareggiano come dei robot e tutto, dall'alimentazione agli allenamenti, è calcolato al millimetro. Io cerco invece la libertà e la gioia di vivere nel pedalare».

Classe 1992, nato nella Valle delle Loria, Alaphilippe ha vinto due titoli mondiali consecutivi (2020, 2021), una Milano-Sanremo, tre Freccia Vallone, una Strade Bianche, sei tappe del Tour de France in quattro edizioni diverse portando la maglia gialla per ben 14 giorni con meravigliosa irrazionalità. Amatissimo non solo in patria perché, assieme a Peter Sagan ma con ancora più creatività agonistica, ha scardinato le categorie classiche del ciclismo moderno (passista veloce, andava bene in salita ma anche a cronometro e in volata) e non si è mai tirato indietro quando si trattava di spremere ogni goccia di energia, andando incontro anche a cotte clamorose. Alaphilippe è stato un precursore al ciclismo degli incursori delle fughe da lontanissimo, da Van Aert a Vane Der Poel e fino a Pogacar.