Quando era salito a Montmartre per l’ultima volta, nel passaggio finale della tappa che aveva chiuso il Tour de France, c’era stata un’ovazione lunghissima e commovente. Sembrava che lo sapessero che quella era l’ultima volta che vedevano correre il loro Loulou. E lui, dopo il traguardo, aveva detto una frase che non era difficile da interpretare. «Nulla di ufficiale, ma non aspettatevi di vedermi di nuovo». Sono bastate poche settimane perché diventasse definitivo.

Julian Alaphilippe a 34 anni smette di essere un corridore, ha deciso di chiudere con effetto immediato la sua storia con il ciclismo, rinunciando agli ultimi appuntamenti del 2026 e all’ultimo anno di contratto con la Tudor. Ha capito di non poter più lottare per vincere. Lo aveva capito da un pezzo, ma è difficile rinunciare a quell’idea di nuovo, di bello e di imponderabile che il ciclismo di Alaphilippe ci ha innestato nel cuore.

Sempre all’attacco, una predilezione per la strada più complicata e spettacolare per arrivare al traguardo. Due titoli mondiali, 45 vittorie in carriera, una Milano-Sanremo (2019), una Strade Bianche (sempre nel 2019), 3 volte la Freccia Vallone (2018, 2019 e 2021), 6 tappe al Tour de France, una al Giro d’Italia e una alla Vuelta, e l’amarezza di accorgersi che il tempo è passato troppo in fretta, «non mi diverto più, vanno troppo veloce per me, tutto quello che voglio è stringere mio figlio tra le braccia».