S’inaugura oggi ufficialmente a Taranto la ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo, la quarta ospitata dall’Italia. Da domani inizieremo a contare quante medaglie finiranno al collo dei nostri atleti. Oggi, però, è doveroso ricordare che arrivare sin qui non è stato facile. Perché la vicenda, prima di divenire una competizione sportiva, è stata una partita politico-amministrativa. I ritardi nella predisposizione delle opere avevano messo a rischio l’evento. Fallire avrebbe significato non solo rinunciare a una scadenza sportiva, ma anche aggiungere nuova frustrazione a una città abituata a fare i conti con molte promesse e altrettante occasioni mancate. In alcuni frangenti si è avuta quasi l’impressione che a qualcuno tale esito non sarebbe del tutto dispiaciuto. Il cambio di passo impresso due anni fa con la gestione commissariale ha accorciato la catena decisionale e consentito di recuperare i ritardi. E il fatto che i oggi i Giochi si inaugurino rappresenta, dunque, il primo oro per l’Italia, e la sconfitta di quanti non perdono il vizio d’anteporre interessi particolari a quelli che dovrebbero essere avvertiti come interessi dell’intero Paese.

Il significato di questi Giochi, però, non può esaurirsi nell’averli organizzati per tempo. L’evento lascerà una duplice eredità, alla quale corrisponde una duplice responsabilità. La prima è d’ordine materiale. L’investimento pubblico complessivo ha superato i 380 milioni di euro, di cui 275 destinati alla costruzione e alla riqualificazione degli impianti sportivi; decine di interventi hanno interessato Taranto e molti altri comuni pugliesi. Il dato non è secondario perché nel Sud il divario nello sport ha una dimensione infrastrutturale: riguarda la disponibilità e la qualità degli impianti ma anche il volume degli investimenti. Tanto più, allora, merita rilievo l’intervento nei centri più piccoli della Puglia dove una palestra o un campo sportivo vale molto più del terreno su cui sorge. Qui gli impianti sono “piazze di comunità“, luoghi di aggregazione e inclusione. La sfida sarà farli funzionare anche dopo i Giochi, giacché un’infrastruttura genera valore sociale se utilizzata nel tempo. Il velodromo di Monteroni si staglia come ammonimento perenne: un monumento allo spreco che attende di essere smentito.