Alta tensione tra Turchia e Israele per l'influenza su Damasco dopo il raid israeliano di due giorni fa su una base militare nella Siria centrale: Ankara respinge le accuse di rafforzamento militare al confine e denuncia l'isolamento di Netanyahu, mentre il premier israeliano insiste che lo Stato ebraico non tollera "un radicamento militare turco" in Siria. Tra le due potenze regionali, la Siria dell'ex qaidista Ahmad Sharaa, sostenuto dagli Stati Uniti, prova a non irritare lo Stato ebraico restando però stretta alleata di Ankara.

In una nuova dichiarazione ai media, Netanyahu ha detto: "Non tollereremo un radicamento militare turco che avanza verso sud, perché questo ci minaccia". Israele, ha spiegato, aveva prima avvertito Ankara "in termini generali", e "non avendolo capito", si è "assicurato che lo capissero più chiaramente". Poche ore prima, il ministro della difesa Israel Katz aveva accusato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan di trascinare Ankara in "avventure pericolose" in Siria. Da Ankara il portavoce della presidenza Burhanettin Duran ha ribattuto che le accuse di Netanyahu riflettono il suo "isolamento politico". Dello stesso avviso il ministro degli esteri Hakan Fidan, che ha rivendicato il "forte sostegno" di Egitto e Arabia Saudita alla politica turca in Siria e ha chiesto a Israele di "porre fine agli attacchi sconsiderati". In questo equilibrio precario, Damasco, in stato di belligeranza formale con Israele da decenni, dialoga da mesi direttamente con lo Stato ebraico per un'intesa di sicurezza mediata dagli Stati Uniti. Dalla sua visita ufficiale in Pakistan, il ministro degli esteri siriano Asaad Shaibani ha respinto le accuse secondo cui la base colpita di Abu Dhuhur fosse un avamposto militare turco: i lavori, dice, "si limitavano al ripristino dell'aeroporto danneggiato dalla guerra", di fatto "quasi vuoto" al momento del raid. Damasco, però, non conferma né smentisce quanto riferito da media israeliani secondo cui il capo del Mossad Roman Gofman ha telefonato a Shaibani il 14 agosto, quattro giorni prima del raid, per discutere della presenza militare turca nel Paese. Shaibani ha ammesso la visita di ufficiali turchi alla base pochi giorni prima dell'attacco, cooperazione che paragona a quella con Arabia Saudita, Giordania, Qatar e Russia. Sul retroscena dell'operazione circola una versione, ripresa dai media filogovernativi di Damasco, che rafforza in parte la linea di Ankara: oltre 200 militari siriani erano pronti a raggiungere la base tredici ore dopo il raid, per schierarvi droni e difese aeree in funzione anti-Stato islamico. Ma con le elezioni israeliane fissate al 27 ottobre, ogni movimento siro-turco pesa nell'agenda di sicurezza di Netanyahu: sul fronte sud-occidentale la pressione non si allenta, e il capo di stato maggiore dell'Idf Eyal Zamir ha visitato la zona siriana occupata da Israele, rivendicando prontezza "in tutti gli scenari".