L'avviso al Sultano
Antonio Picasso
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È stato direttamente l’ufficio del premier Netanyahu a confermare l’attacco dell’altro ieri, effettuato dalle Israel air force (Iaf), contro la base militare di Abu al-Duhur, nel governatorato orientale di Idlib, nel nord della Siria. Una dichiarazione dovuta, quella di Gerusalemme, visto che, agli osservatori più attenti, la mano dell’Iaf era apparsa subito inequivocabile. L’Alma Research and Education Center ne aveva svelato le caratteristiche fin dalle prime ore dopo il raid. “Quattro ondate di attacchi condotte dalle Iaf contro quella postazione militare che era già stato obiettivo ai tempi del regime di Bashar el-Assad”. Così si leggeva sul sito del think tank con sede a Kfar Vradim (Galilea occidentale). Posizione ottimale per osservare il teatro di guerra dei tre confini Israele-Libano-Siria. Del resto, chi altri se non Israele avrebbe dovuto attaccare la Siria? E perché?
Dalla caduta di Assad, l’8 dicembre 2024, sono oltre 600 gli attacchi condotti da Israele in Siria. Tra raid aerei, droni e operazioni di artiglieria. La fase più intensa è stata immediatamente successiva al crollo del regime, con l’obiettivo di neutralizzarne l’arsenale strategico. Lo scorso anno, gli interventi sono proseguiti contro infrastrutture e capacità militari del nuovo governo, presieduto dall’ex jihadista Ahmad Husayn al-Sharaa, noto anche come Abu Muhammad al-Jawlani. Mentre nel 2026 si sono fortemente diradati. L’episodio dell’altro giorno è il primo da marzo contro strutture governative siriane.







