Anche in Val d’Itria, dove la premier è in villeggiatura, il presentimento si fa forte. Giorgia Meloni è sempre più isolata sulla sua nuova legge elettorale. Un bubbone pronto a scoppiare a settembre. Poco può il patto di lealtà strappato, a ridosso delle ferie, con i suoi vice, Matteo Salvini e Antonio Tajani. Anche in Fratelli d’Italia fiutano l’andazzo, iniziano a circolari soluzioni e acrobazie per evitare un altro patatrac. In tutti i partiti di maggioranza si accumulano dubbi su dubbi, al netto dell’introduzione delle preferenze in una legge che, di fatto, solo la premier ha voluto.
Una riforma sempre più accidentata. Prima della pausa non è stato presentato in commissione al Senato l’emendamento per modificare il testo, approvato alla Camera a luglio con un colpo di scena memorabile: complice il voto segreto, il governo ha portato a casa un primo via libera alla legge ma è andato sotto sulle preferenze, seppur inserite in una forma light. Le preferenze non le voleva un pezzo di Forza Italia, dove è nota la contrarietà di Marina Berlusconi. Non erano gradite da tutti nella Lega, che tanto si è sentita sacrificata dal taglio dei collegi uninominali al nord. Anche in FdI, però, qualche “vigliacco” (cit. ministro Francesco Lollobrigida) s’è fatto sfuggire una bocciatura. I franchi tiratori sono stati individuati soprattutto tra le donne, complice il malumore sulle quote di genere, stravolte per dar spazio agli uomini di partito.






