Appena due mesi fa, durante i Mondiali 2026, Gianni Infantino sembrava il padrone mondiale del calcio. Presente ovunque, al centro della scena e forte di un potere che appariva quasi inattaccabile, al fianco dell’amico Donald Trump. Oggi lo scenario è completamente cambiato. Il presidente della Fifa è nella bufera da settimane e attorno a lui continuano a sfilarsi pezzi di quel consenso che sembrava granitico. L’ultimo colpo arriva addirittura dall’interno dei vertici dell’organizzazione: Sandor Csanyi, uno degli otto vicepresidenti della Fifa, ha deciso di ritirare il proprio sostegno a Infantino. Il presidente della Federcalcio ungherese ha spiegato la scelta in una lettera, sostenendo di aver “perso la fiducia precedentemente riposta” nel numero uno della Fifa. Una rottura che arriva a pochi mesi dalle elezioni del 2027 e si aggiunge a quelle già maturate nelle ultime settimane.
All’origine della crisi c’è il progetto con cui Infantino puntava ad aprire ai capitali privati una parte del business dei Mondiali. Il piano prevedeva la creazione della Fifa Forward Enterprise e la cessione del 23% a investitori privati della società incaricata della gestione di biglietti e diritti commerciali. L’opposizione è stata tale da costringere la Fifa alla retromarcia: la Uefa si era spinta fino a minacciare il boicottaggio, mentre erano arrivate contestazioni anche da Concacaf e Afc. Il 6 agosto, dopo una riunione d’emergenza a Rabat, la stessa Fifa aveva ammesso gli errori commessi sul progetto, salvo provare contemporaneamente a ricompattarsi attorno al suo presidente, con il Management Board che aveva ribadito pubblicamente il proprio “pieno sostegno” a Infantino.







