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Il dolore ha diritti quasi imperiali. Può urlare, contraddirsi, maledire la sorte, Dio, lo Stato, chi arrivò e chi no. Fuori dalla camera ardente non dovrebbe però diventare perizia, protocollo operativo e sentenza penale. Khadija Fakir, sorella di Abderrahim, morto a Bologna durante un fermo di polizia, il 20 luglio disse: «Io voglio vendetta». Il fratello era morto da poco, la dinamica ancora un groviglio di filmati e ipotesi. A caldo si può accettare quasi tutto. Il lutto, per qualche ora, è monarchia assoluta. Un mese dopo ci si aspetterebbe almeno un parlamento. E invece.
Su Repubblica la donna proclama «fiducia nella giustizia», ma il verdetto è scritto: «Lo hanno ucciso come un cane». I poliziotti «hanno saputo solo ammazzarlo», i volontari «non hanno fatto nulla», perfino «chi guardava deve essere condannato». Una Norimberga di quartiere, convocata da chi al giornale dice di non aver visto il video e poi al Tg3 dichiara che «il video parla per sé». Tutti dentro, nella colpa e nella pena. Tranne i familiari.
I compagni si ributtano sul “solito” fascismo: Lepore mischia il caso Fakir con la strage del 1980






