Nella notte, sulla Cima Ovest delle Tre Cime di Lavaredo, un alpinista non riesce più a proseguire. Ha incontrato difficoltà durante la salita e, soprattutto, nella discesa lungo la via normale. È stanco, bloccato, non può tornare indietro da solo. Scatta l’allarme, decolla l’elicottero, l’uomo viene recuperato e risulta illeso.
Sul Gran Sasso, invece, cinque escursionisti vengono sorpresi da un violento temporale estivo a circa 2.600 metri di quota. Chiamano il 112, poi si spostano in una zona senza copertura telefonica e diventano irraggiungibili. I tecnici del Soccorso alpino salgono a piedi, li trovano in buone condizioni all’interno delle tende. I cinque, una volta raggiunti, rifiutano anche di essere accompagnati a valle.
Sono due episodi realmente accaduti e raccontati nel luglio scorso da Club alpino italiano (Cai) e Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico (Cnsas). Non significa che siano stati giuridicamente classificati come “colpa grave”. Mostrano però quanto un margine di tempo troppo ridotto, la sottovalutazione della stanchezza, il mancato controllo del meteo o una cattiva gestione della chiamata possano mettere in moto una macchina complessa e rischiosa. Una macchina composta da volontari, sanitari, piloti, tecnici, mezzi a terra ed elicotteri. E che, mentre cerca chi ha lanciato l’allarme, potrebbe essere necessaria altrove. Cai e Cnsas hanno ricostruito entrambi i casi nel loro richiamo sulla sicurezza del 15 luglio 2026.







