di

Nicola Gratteri* e Antonio Nicaso**

Rifiutò il pizzo, venne ucciso. Per il delitto nessuno è mai stato condannato

Nel mulino di Rocco Gatto il giorno cominciava prima del paese. Le macine entravano in funzione quando la luce raggiungeva gli uliveti e lo Ionio era ancora una striscia chiara in fondo alla valle. Gioiosa Ionica si svegliava attorno al mercato, mentre i primi furgoni prendevano la strada della costa. Rocco conosceva quel ritmo. Lo aveva imparato da ragazzo, dopo aver lasciato la scuola in quarta elementare per aiutare il padre Pasquale. Nel 1964 aveva rilevato l’attività di famiglia. In un piccolo laboratorio riparava anche orologi: le stesse mani che governavano le macine rimettevano in moto ingranaggi minuscoli. Quando gli Ursini cominciarono a chiedergli il pizzo, rispose di no. Gli portarono via diciassette chili di orologi e incendiarono il mulino. Rocco non lasciò Gioiosa. Ricostruì ciò che il fuoco aveva distrutto e tornò al lavoro.

Il 6 novembre 1976, durante un conflitto a fuoco con i carabinieri in contrada Condarcuri, rimase ucciso Vincenzo Ursini, reggente della cosca. Il clan trasformò il lutto in un ordine rivolto all’intero paese. La mattina seguente il mercato non aprì. Agli ingressi di Gioiosa gli ambulanti vennero rimandati indietro; lungo le vie, le botteghe rimasero chiuse. Non occorrevano manifesti. Bastavano gli uomini incaricati di controllare che nessuno disobbedisse. Rocco li vide e ne riconobbe i volti. Gioiosa, però, non era un paese rassegnato.