I più apocalittici dicono che l’intelligenza artificiale cancellerà il lavoro, poi l’economia, e pian piano tutto il resto. Elon Musk ha detto che entro una decina d’anni vivremo in un mondo in cui le macchine faranno tutto e gli uomini niente, o qualcosa del genere. Nel frattempo, seguendo percorsi meno nefasti, possiamo essere sicuri che l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro. Anzi, ha già iniziato a farlo.

Negli ultimi anni si sono trasformate molte mansioni, sono state ridisegnate le gerarchie dentro le aziende, quindi anche le competenze richieste sul mercato. E come sempre accade in queste transizioni, bisogna trovare il modo per accompagnare i lavoratori, per dargli gli strumenti per passare da un lavoro all’altro quando quello che fanno oggi cambierà abbastanza da non essere più lo stesso lavoro.

È una domanda che si sta ponendo per primo il mercato americano, dove l’adozione dell’intelligenza artificiale è più avanzata e dove sono già comparsi i primi esperimenti su larga scala di retraining. Ma non è un problema solo americano. È una delle questioni che nei prossimi anni riguarderanno il mercato del lavoro europeo e, più in generale, tutte le economie che stanno incorporando l’IA. La formazione dei lavoratori è la risposta più intuitiva, ma potrebbe non bastare. «Sicuramente è un elemento importante, ma non è l’unico», dice Andrea Garnero, economista dell’Ocse. I programmi di riqualificazione professionale possono funzionare, spiega a Linkiesta, ma richiedono tempo: «Non possono essere l’unica risposta soprattutto di fronte a una fase di disruption molto forte e molto veloce».