Dacia Maraini sul Corriere della sera, ricordando la triste condizione delle donne afghane, non ha fatto il nome dei loro oppressori, cioè degli islamisti. E perché, accanto alle afghane, non ha magari ricordato anche le iraniane, che soffrono sotto lo stesso giogo? E invece non ha alcuna remora a indicare per nome e cognome «la destra» quando si tratta dei nemici delle donne nelle società occidentali? A suo giudizio, infatti, solo questa, solo la destra sarebbe capace di mettere in pericolo la condizione di libertà delle donne. Solo la pericolosa crescita di questi partiti potrebbe ricondurci, secondo lei, nelle mani del patriarcato. Ma non si è accorta, Maraini, che proprio i partiti di destra europei sono quelli che hanno leader donne, e che nessuno di loro ha mai proposto passi indietro sulla condizione femminile? Davvero le sembra che Marine Le Pen o Giorgia Meloni siano così ansiose di ripristinare il potere del patriarcato? Nei nostri Paesi come in tutta l’area occidentale ci sono leggi, convenzioni, abitudini radicate di libertà che le donne si sono conquistate e che nessuno oserà strappar loro. Soprattutto ci sono le donne, le giovani donne vissute come i loro coetanei maschi che non possono neppure concepire una vita senza la libertà di scegliere chi essere e chi diventare. Tanti anni di battaglie, tanti obiettivi raggiunti, tanti passi in avanti fatti nella direzione dell’uguaglianza e della libertà hanno costruito società nelle quali per una rinascita del patriarcato non c’è più posto. E se ci sono insulti sul web, minacce, non bisogna preoccuparsene troppo. Una percentuale di misoginia c’è sempre stata, e oggi essa è punita in modo esemplare mentre un tempo era tollerata. Così come sono puniti in modo esemplare i femminicidi: certo, si verificano, ma sono in diminuzione, e perseguiti con la maggiore severità. Le donne, dunque, devono avere il coraggio di dire le cose con il loro nome, e ammettere che le nostalgie patriarcali ancora presenti nella nostra società non hanno niente a che vedere con i talebani o gli ayatollah. Sono cose radicalmente diverse. Dobbiamo riconoscere che la nostra tradizione culturale è stata ed è lontana dalla loro, per fortuna, e proprio per questo amare e difendere la nostra cultura. Senza paura di scrivere la parola islamico: ciò che ci serve per guardare alla realtà e per difendere le donne che vivono sotto quei regimi oppressivi. Donne che si stupirebbero moltissimo se vedessero le loro condizioni di oppressione descritte come pericoli concreti per la civiltà occidentale. Qui da noi nessuno ha proposto di abolire i diritti delle donne. L’unico che finora ha proposto un passo indietro è stato, se non sbaglio, il sindaco di New York, l’islamico Mamdani, quando ha chiesto alla città di festeggiare la giornata del velo, consigliandone l’uso a tutte le sue concittadine. Non proprio una proposta di libertà, mi sembra, quanto piuttosto la proposta di una volontaria accettazione di schiavitù. La medesima schiavitù che nei Paesi governati dagli islamisti è la regola.
Chiamare per nome la minaccia del patriarcato
Dacia Maraini sul Corriere della sera, ricordando la triste condizione delle donne afghane, non ha fatto il nome dei loro oppressori, cioè degli islamisti. E perché, accanto alle afghane, non ha magari ricordato anche le iraniane, che soffrono sotto lo stesso giogo? E invece non ha alcuna remora a indicare per nome e cognome «la destra» quando si tratta dei nemici delle donne nelle società occidentali? A suo giudizio, infatti, solo questa, solo la destra sarebbe capace di mettere in pericolo la condizione di libertà delle donne. Solo la pericolosa crescita di questi partiti potrebbe ricondurci, secondo lei, nelle mani del patriarcato. Ma non si è accorta, Maraini, che proprio i partiti di destra europei sono quelli che hanno leader donne, e che nessuno di loro ha mai proposto passi indietro sulla condizione femminile? Davvero le sembra che Marine Le Pen o Giorgia Meloni siano così ansiose di ripristinare il potere del patriarcato? Nei nostri Paesi come in tutta l’area occidentale ci sono leggi, convenzioni, abitudini radicate di libertà che le donne si sono conquistate e che nessuno oserà strappar loro. Soprattutto ci sono le donne, le giovani donne vissute come i loro coetanei maschi che non possono neppure concepire una vita senza la libertà di scegliere chi essere e chi diventare. Tanti anni di battaglie, tanti obiettivi raggiunti, tanti passi in avanti fatti nella direzione dell’uguaglianza e della libertà hanno costruito società nelle quali per una rinascita del patriarcato non c’è più posto. E se ci sono insulti sul web, minacce, non bisogna preoccuparsene troppo. Una percentuale di misoginia c’è sempre stata, e oggi essa è punita in modo esemplare mentre un tempo era tollerata. Così come sono puniti in modo esemplare i femminicidi: certo, si verificano, ma sono in diminuzione, e perseguiti con la maggiore severità. Le donne, dunque, devono avere il coraggio di dire le cose con il loro nome, e ammettere che le nostalgie patriarcali ancora presenti nella nostra società non hanno niente a che vedere con i talebani o gli ayatollah. Sono cose radicalmente diverse. Dobbiamo riconoscere che la nostra tradizione culturale è stata ed è lontana dalla loro, per fortuna, e proprio per questo amare e difendere la nostra cultura. Senza paura di scrivere la parola islamico: ciò che ci serve per guardare alla realtà e per difendere le donne che vivono sotto quei regimi oppressivi. Donne che si stupirebbero moltissimo se vedessero le loro condizioni di oppressione descritte come pericoli concreti per la civiltà occidentale. Qui da noi nessuno ha proposto di abolire i diritti delle donne. L’unico che finora ha proposto un passo indietro è stato, se non sbaglio, il sindaco di New York, l’islamico Mamdani, quando ha chiesto alla città di festeggiare la giornata del velo, consigliandone l’uso a tutte le sue concittadine. Non proprio una proposta di libertà, mi sembra, quanto piuttosto la proposta di una volontaria accettazione di schiavitù. La medesima schiavitù che nei Paesi governati dagli islamisti è la regola.










